MILLE PENSIERI PER GIANNI


Antologia Critica

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Daniela Ricci
ARTICOLO DI DANIELA RICCI APPARSO SUL QUOTIDIANO ''IL MATTINO'' DEL 22 DICEMBRE 2002 PER RECENSIRE LA COLLETTIVA '' PER UN ORIZZONTE DI INTRANSIGENTE AUTONOMIA'' A CURA DI UGO PISCOPO E CIRO PIRONE PRESSO LA GALLERIA ''L'ATELIER'' DI NAPOLI DAL 10 AL 21 DICEMBRE 2002

Collettiva all'Atelier
 

Subito dopo la mostra di Isabella Ramella, il centro culturale l'Atelier, in via Tito Angelini 41 chiude la sua ricca stagione espositiva con ''Per un orizzonte di intransigente autonomia'' una interessante collettiva curata da Ugo Piscopo con la collaborazione di Paola Ricciardi e Ciro Pirone. Astrazione, geometria, Informalismo, Madismo, oggettualità astratta, sono declinazioni di questa mostra, tendenze artistiche raggruppate allo scopo di una vita confermi alla volontà di collaborazione tra gli artisti, di generazioni differenti che nell'attuale epoca dell'esasperato culto dei consumi e della produzione a tutti i costi, credono ancora nella possibilità di un costruttivo
entusiasmo di poter lavorare insieme verso idee e progetti innovativi per il futuro. E così Enzo Angiuoni, Renato Barisani, Saverio Cecere, Franco Cortese, Gianni De Tora, Carmine Di Ruggiero, Vittorio Fortunati, Aldo Fulchignoni, Guglielmo Lombardo, Renato Milo, Antonio Perrottelli e Marta Pilone, si sono riuniti in questa occasione per restituirci uno sguarcio sul paesaggio ricco ed articolato di situazioni e processi artistici della nostra Napoli di oggi. Tutte opere comunque che rientrano in due principali ricerche: quella del gruppo Madì, che sta per Materialismo dialettico, nato in Francia nel 1946 grazie a Carmelo Arden Quin, e il Mac «impegnato nel progetto della ricerca - spiega Piscopo - rigorosa delle segrete relazioni di materia, colore e geometria».

ARTICOLO DI DANIELA RICCI APPARSO SUL ''IL MATTINO'' DI NAPOLI DEL 18.2.2004 X RECENSIONE LA MOSTRA PERSONALE ANTOLOGICA AL MASCHIO ANGIOINO DI NAPOLI GENN/MARZO 2004

Pittosculture

 

È stata prorogata fino al 15 marzo la mostra antologica «The world of signs»· di Gianni De Tora in corso al Museo Civico Castelnuovo. «I colori primari e le forme elementari della geometria - spiega l'artista tra i protagonisti della ricerca astratta a Napoli- sono sempre presenti nel mio lavoro. Esiste in me una forte volontà di partire dall'essenza delle cose. Di conseguenza la libertà dei sensi è presente anche nelle programmazioni mentali»: cosi De Tora parla del suo ultimo lavoro inedito, un'Installazione di pittoscultura che insieme ad altre significative opere documentano i momenti più significativi del suo percorso artistico. Una selezione di lavori realizzati dal 1961 ad oggi curata da Vitaliano Corbi portano il visitatore in un "viaggio" alla scoperta dell'artista. Il percorso inizia con il periodo figurativo del '60-'61 quando De Tora era impegnato politicamente, protagonista nelle industrie come l'ltalsider, dove con diversi materiali realizzava atmosfere irreali e rarefatte. Subito dopo siamo nel periodo informale fase durante la quale l'esplosione della ricerca lo portano alla piena gestualità e dove un filo rosso attraversa tutte le sue opere, una sorta di critica al mondo contemporaneo. Arriviamo poi nel periodo '64-'70 quando i suoi interessi operativi sono confluiti verso la formulazione di strutture che veicolavano immagini di massa.

TESTO DI DANIELA RICCI X LA RIVISTA "SEGNO" DI PESCARA IN OCCASIONE DELLA MOSTRA ANTOLOGICA "THE WORLD OF SIGNS" AL MASCHIO ANGIOINO DI NAPOLI- 2004

alla Rivista "Segno" genn-febb. 2004 n. 194

 

"I colori primari e le forme elementari della geometria sono sempre presenti nel mio lavoro. Esiste in me una forte volontà di partire dall'essenza delle cose. Di conseguenza la libertà dei sensi è presente anche nelle programmazioni mentali". E' così che Gianni De Tora comincia a parlare del suo ultimo lavoro inedito, un'installazione di pittoscu1tura, che insieme ad altre significative opere farà parte della mostra antologica che sarà inaugurata a gennaio 2004 negli spazi espositivi di Castel Nuovo.

Quattro cubi profilati in ferro dipinti in rosso, giallo, nero, bianco e blu, colori primari, appunto, e due neutri. Al centro di questa struttura, che richiama il motivo della merlettatura delle 4 torri del castello, un altro cubo dipinto di azzurro come l'acqua del mare che insieme alla sabbia andranno a riempire la forma geometrica completamente scavata e rigorosamente costruita con diversi materiali.

In un'assolutezza formale questa scultura apre la strada ad una nuova concezione dell'elemento spaziale che si connota regolare e simmetrico nel suo assetto compositivo e simbolico di tipo archetipale come sipario per il resto dell'esposizione.

Un'altra installazione realizzata in legno dipinto con colori acrilici e smalti in tre forme primarie, cerchio, triangolo e quadrato sul pavimento e su uno specchio riflettente fa sempre pensare al mare dando l'impressione al visitatore di un universo nuovo, una dimensione oltre cui si intravede al momento solo un frammento, l'opera stessa. Così dopo aver ammirato questi ultimi lavori, il visitatore inizia il suo viaggio alla scoperta dell'artista.

Il percorso espositivo inizia con il periodo figurativo del '60-61 quando l'artista era impegnato politicamente, protagonista nelle industrie come l'Italsider dove con diversi materiali realizzava atmosfere irreali e rarefatte.

Subito dopo siamo nel periodo informale, fase durante la quale l'esplosione della ricerca portano De Tora alla piena gestualità e dove un filo rosso attraversa tutte le sue opere, una sorta di critica al mondo contemporaneo. "Dopo l'esperienza figurativa e informa1e in cui già avvertivo l'esigenza di ripartire il campo di indagine- spiega De Tora preparandoci al resto della mostra- che accoglieva segni e tracce in scansioni geometriche, nel periodo '64-70 i miei interessi operativi sono confluiti verso la formulazione di strutture che veico1avano immagini di massa. Successivamente ho iniziato ad analizzare il problema della organizzazione dei segni percepiti deputando così la struttura geometrica a campo totale di indagine".

Dobbiamo però aspettare fino al 1980 quando l'artista da una fase analitica e di grande rigore formale arriva ad una fase di sintesi totale in cui il colore si sensibillzza, la nettezza delle forme geometriche di partenza è volutamente messa in crisi e dove compaiono interessi materici e qualche elemento non geometrico. L'opera si presenta a se stessa indagando il suo metodo con i suoi stessi strumenti linguistici e creando uno spazio controllato e rigoroso sul piano formale, ma suggestivo e risonante e non di rado poetico ed intimista. Convivono in questo perlodo elementi di architettura, tracciati e scavati nella materia, e compare anche il colore oro mai usato prima per riuscire a confrontarsi con momenti di ricerca più dialettica dove l'elementare e il complesso si equilibrano verso una libertà espressiva proiettata ad un nuovo immaginario pittorico.

Ed è nel '91 che prendono corpo le carte installate di grande formato in cui c'è forte attenzione per la pittoricità, la geometria rimane, ma compaiono numerosi simboli nelle opere di De Tora attraverso i quali intende soddisfare i disturbi dell'anima, il caotico affollarsi di idee, piani, progetti, percorsi di un flusso indistinto a tratti incomprensibile, fastidioso andare senza meta per dimostrare a se stessi di esistere. Una sorta di urlo afono di una sensibilità visionaria. Opere simboliche dove l'intento espressivo dell'iterazione dei segni consistono nel manifestare una ripetizione circolare che è propria della società tecnologica e industriale. La mostra poi arriva ai giorni d'oggi dove il segno geometrico nelle opere si evolve diventando scultura ed installazione, una volontà di scoprire il nascosto e l'assoluto per ricordare il malessere della nostra civiltà, ma contemporaneamente la manifestazione di un elemento positivo: la capacità dell'uomo di conservare pur, nell'affollarsi dell'immagine tecnologica, il contatto con le nostre radici 'primigenie'. Una riflessione, in definitiva, quella di De Tora lucida e ordinata che implica una sorta di ansia spirituale colma di una compassione di un autistico isolamento, ma anche di una disinteressata dedizione alla natura e al cosmo per rappresentare con onestà assoluta una via di accesso alle strutture profonde del reale.

De Tora nel corso della sua attività artistica ricerca una dimensione umana, ripensando il nuovo e riallacciando il discorso degli antichi intraprendendo un viaggio che scende nelle oscure radici del vissuto come un fiume attraverso cui scorrono immagini che si fondono nella consistenza della durata.

ARTICOLO DI DANIELA RICCI DEL 30.11.2006 APPARSO SUL "IL MATTINO" DI NAPOLI PER RECENSIONE MOSTRA PERSONALE ALLA GALLERIA PICA DI NAPOLI 2006

L'ESPOSIZIONE

De Tora, un omaggio al genio di Leonardo

 

Dopo il successo dell'antologica al Maschio Angioino e della mostra itinerante «Celebration of Geometric Art» presentata in Italia, Francia e America, Gianni De Tora ritorna ad esporre a Napoli nello spazio Pica Gallery, in via Vetriera 16, con una selezione di opere inedite dedicate a Leonardo da Vinci, grande genio da sempre ammirato dall'artista partenopeo. Intitolata «I love Leonardo», l'esposizione è un percorso che invita i visitatori ad un dialogo con i segni più intensi di Leonardo veicolati dal linguaggio geometrico di De Tora. «I colori primari e le forme elementari della geometria - spiega l'artista - sono sempre presenti nel mio lavoro. Esiste in me una forte volontà di partire dall'essenza delle cose».

Già dal 1966 De Tora realizza il primo «modulo leonardesco» che rappresentava l'uomo al centro dell'universo con le braccia aperte. Le figure geometriche adoperate nelle opere in oltre trent' anni di attività intendono indagare i pensieri e le poetiche ideali da ricercare nella rappresentazione di un mondo nuovo, inteso come specchio della modernità dove tecnica e creatività artistica possono incrociarsi nell'interesse globale per tentare di uscire dalla babilonia della contemporaneità e dai rischi dell'entropia. Così, ammirando i lavori presentati - realizzati negli anni con tecnica mista su carta e tela - il visitatore inizia il suo «viaggio» alla scoperta dell'artista. De Tora inizia la sua ricerca con il periodo figurativo del '60-'61, quando era impegnato politicamente e con diversi materiali realizzava atmosfere irreali e rarefatte. Subito dopo, entra nel periodo informale, fase durante la quale l'esplosione della ricerca porta l'artista alla piena gestualità e ad una sorta di critica al mondo contemporaneo.

«Dopo l'esperienza figurativa e informale in cui già avvertivo l'esigenza di ripartire il campo di indagine - continua De Tora - che accoglieva segni e tracce in scansioni geometriche, ho iniziato ad analizzare il problema dell' organizzazione dei segni percepiti deputando la struttura geometrica a campo totale di indagine». Durante l'inaugurazione della mostra, aperta fino al 4 dicembre, è stato presentato il nuovo calendario di De Tora, mentre Giuseppe Bilotta ha letto la lettera che Leonardo scrisse nel 1482 a Ludovico il Moro.

ARTICOLO DI DANIELA RICCI APPARSO SUL QUOTIDIANO ''IL MATTINO'' DEL 5 FEBBRAIO 2009 X RECENSIONE DELLA MOSTRA COLLETTIVA '' TRACCE SEGNICHE'' A CASTEL DELL'OVO DI NAPOLI NEL GENNAIO 2009

L'ESPOSIZIONE «Tracce segniche» bilancio di mezzo secolo

 

Con l'obiettivo di sviluppare un serio e costruttivo dibattito storiografico sul nostro passato più vicino è stata recentemente inaugurata nelle sale del Castel dell'Ovo la mostra intitolata «Tracce segniche». Quattro gli artisti invitati, l'occasione si propone come un momento di riflessione su un intero periodo dell' arte napoletana, quello della seconda metà del Novecento. Antonio Auriemma, Gianni De Tora, Carmine Di Ruggiero e Giovanni Ferrenti i punti di riferimento di una stagione dell'arte sulla quale è ormai tempo di cominciare a definire un bilancio storico.

La mostra, visitabìle fino al 20 febbraio, curata da Rosario Pinto con il contributo di Franco Lista, è concepita con un disegno programmatico e affronta temi scottanti e controversi del rapporto tra astrazione e astrattezza, tra impulsi gestuali e controllo progettuale, tra vigore contenutistico e fughe liriche. Un percorso intorno al quale si potrà meditare, per riuscire a trarre alcune conclusioni o soltanto per riflettere sulle diverse ricerche di questi artisti, che hanno saputo coniugare l'esigenza di espressività generosa e spontanea con il rigore della coscienza creativa, attraversando momenti delicati, che negli ultimi due decenni si sono caratterizzati per l'abbassamento della soglia conte- nutistica.

«Il titolo stesso -ha detto Rosario Pinto - esprime proprio la marcata consistenza e la forza della creatività di alcuni che hanno svolto una ricerca travalicando le rispettive esperienze creative, ergendosi a riferimenti paradigmatici, trovando spazio espressivo intorno alle dinamiche informali, per poi ampliare il loro orizzonte verso territori aniconici come quello geometrico o come quello onirico-astratto. Le tracce lasciate, anche se caratterizzate tutte da un forte cultura materica geometrica, pensando in particolare all' opera di De Tora, sono addensate negli spazi come le sculture di Ferrenti, hanno prospettive oniriche come quelle di Auriemma, fino ad arrivare all' espressione informale dei lavori di Di Ruggiero, per riuscire a dare un piccolo contributo, attraverso una vitalità segnico-materica, a dimostrazione del fatto che i loro pensieri non sono mai stati casuali, ma strutturati per analizzare la realtà.

ARTICOLO DI DANIELA RICCI APPARSO SUL QUOTIDIANO '' IL MATTINO'' DI NAPOLI DEL 6 OTTOBRE 2012 X RECENSIRE LA PRESENTAZIONE DI '' THE WORLD OF SIGNS VIDEO'' X L' 8° GIORNATA DEL CONTEMPORANEO PROMOSSA DA''AMACI'' PRESSO LO STUDIO ROTELLA DI NAPOLI IL 6 OTTOBRE 2012

L'omaggio – un video per ricordare De Tora

 

In occasione della ottava «Giornata del contemporaneo», alle 18, lo Studio Rotella in via Carbonara 58 presenta «The world of signs», un filmato sulle elaborazioni multimediali realizzate nel 2004 per Gianni De Tora partendo dalla sua opera ''Specchio delle mie brame'' del 1983. L'artista napoletano, scomparso nel 2007, viene ricordato soprattutto per il bisogno che ha sempre avuto di sperimentare nuove possibilità di linguaggio. Il video - curato da Luciano Basagni, Tina Esposito e Franco Rotella con le collaborazioni di Carmen e Salvatore Dinota, Antonio D'Orsi, Daniele Iannicelli e Giuseppe Piergianni, e accompagnato dalla musica di Marco Zurzolo - è un omaggio a un artista che ha tentato di superare la pittura accademica, passando da una produzione di aspra matericità di evidente matrice espressionista all'indagine delle strutture primarie.

Analizzando le sequenze e l'economia delle forme visive primarie e deputando la figura geometrica a campo totale di ricerca, De Tora immaginava un mondo nuovo, inteso come specchio della modernità in cui tecnica e creatività artistica possano incrociarsi e uscire dalla babilonia della contemporaneità. A metà anni Ottanta De Tora è stato tra i fondatori del gruppo Geometria e Ricerca con Barisani, Di Ruggiero, Tatafiore, Riccini, Testa e Trapani, dopo aver iniziato la carriera con un periodo figurativo all'inizio dei Sessanta, segnati anche per lui dall'impegno politico ed essere passato poi al periodo informale con una forte critica del mondo contemporaneo.

ARTICOLO DI DANIELA RICCI SU IL MATTINO DI NAPOLI DEL 14 NOVEMBRE 2013 X MOSTRA ITINERANTE '' TERRITORIO INDETERMINATO'' ALLA REGGIA DI CASERTA NELLE SALE DELLA QUADRERIA A NOVEMBRE 2013

Reggia di Caserta

DE TORA E I DIPINTI DELLO SPAZIO GEOMETRICO

 

“Territorio Indeterminato” è il titolo della mostra dedicata a Gianni De Tora che sarà inaugurata oggi alle 12 nelle Sale della Quadreria della Reggia di Caserta, seconda tappa dell' ampio percorso antologico dedicato all'artista scomparso nel 2007.

Una concept exhibition, presentata in ottobre aIl'lstituto Suor Orsola Benincasa con una selezione di opere, sull' esponente dell' astrattismo geometrico e co-fondatore del gruppo «Geometria e Ricerca».

Il progetto, nato dal ritrovamento di un' opera su carta del 1981, è un richiamo al suo impegno culturale, a quel fare arte sospeso nel tempo e nello spazio, che fra visionarietà astratta e rigore geometrico, ha dato vita a lavori molto articolati: opere su tela, legno e carta intelata ma anche pittosculture e installazioni ambientali.

Caserta è tappa d'obbligo per “Territorio Indeterminato” (che poi sarà a Benevento e infine a Roma),
essendo la città natale dell'artista: per di più De Tora ha soggiornato proprio nella Reggia - negli anni della gioventù - in un alloggio dell' Aeronautica Militare.

L'opera che dà il titolo alla mostra è una testimonianza personale dell'artista sul terremoto: in tal senso l'esposizione si propone anche come prolungamento di quella riflessione creativa avviata con la collezione «Terrae Motus» di Lucio Amelio (e riorganizzata alcuni mesi fa negli Appartamenti Storici della Reggia).

De Tora è stato artista che ha attraversato con forte personalità le stagioni delle grandi avanguardie, sin dagli anni Sessanta quando il suo impegno politico lo ha portato a confrontarsi con le realtà operaie e industriali. Poi, nel periodo informale, la sua ricerca lo ha portato verso una fase di libertà gestuale fino a confluire nella formulazione di strutture che veicolavano immagini di massa: i segni vennero così organizzati in geometrie, dove il colore esalta la forza delle forme in una sintesi perfetta.

ARTICOLO DI DANIELA RICCI APPARSO SU '' IL MATTINO ''DI NAPOLI DEL 4 DICEMBRE 2013 X MOSTRA ''TERRITORIO INDETERMINATO ''ALLA ROCCA DEI RETTORI A BENEVENTO A DICEMBRE 2013

La mostra

Nei territori geometrici di DeTora

 

Sarà inaugurata domani alle 16 negli spazi della Rocca dei Rettori, sede della Provincia di Benevento, la terza tappa dell'ampio percorso antologico dedicato al maestro Gianni De Tora intitolato «Territorio Indeterminato», presentato recentemente a Napoli all'Università Suor Orsola Benincasa e alla Reggia di Caserta.

Una concept exhibition sul maestro dell'astrattismo geometrico e co-fondatore del gruppo Geometria e Ricerca scomparso nel giugno del 2007.

Interverranno alla presentazione Aniello Cimitile, Elio Galasso, Tiziana De'Tora, Stefano Taccone, Nunzio Figliolini.

Il progetto, nato da un' opera su carta del 1981 scoperta quasi per caso tra i disegni dell' artista, è un richia- mo, un messaggio di speranza, un luogo sospeso nel tempo e nello spazio dell'indeterminatezza dal quale ripartire, ricominciare, ricostruire un mondo ormai scomparso.

Saranno presentate opere su tela, legno e cartaintelata, realizzate negli anni '90.

De Tora iniziò con il periodo figurativo nel '60 '61 quando era impegnato politicamente a portare un messaggio culturale in situazioni operaie come all'Italsider di Bagnoli, dove con diversi materiali realizzava atmosfere irreali e rarefatte. Subito sposa l'informale, fase durante la quale l'esplosione della ricerca portano De Tora alla piena gestualità in una sorta di critica al mondo contemporaneo. Bisogna però arrivare al 1980 perché l'artista, da una fase analitica e di grande rigore formale, arrivi ad una sintesi in cui il colore si incarni nelle forme geometriche.

ARTICOLO DI DANIELA RICCI APPARSO SU ''IL MATTINO'' DI NAPOLI DEL 9 MARZO 2018 PER RECENSIRE LA MOSTRA PERSONALE SU GIANNI DE TORA “SPAZIO, GEOMETRIE DEL TEMPO” PRESSO IL PALAZZO DELLE ARTI DI CAPODRISE (CE) DAL 10.3.2018 AL 14. 4.2018

Con De Tora la geometria diventa spazio d'arte

 

Spazio, Geometrie del tempo”, è il titolo della retrospettiva dedicata a Gianni De Tora che sarà inaugurata domani alle 17,30 presso il Palazzo delle Arti di Capodrise (Caserta), curata da Michelangelo Giovinale, Tiziana De Tora e Marco Papa. Rigoroso come un Fibonacci dei tempi moderni, De Tora nelle sue opere ha da sempre espresso la sintesi di una complessa equazione tra due incognite molto variabili: l'uomo e lo spazio. Una ricerca che lo ha portato negli anni a riflettere, attraverso l'esperienza della pittura geometrica, sul senso della vita e i precari equilibri tra uno spazio tanto interiore quanto esteriore dell'uomo e del mondo.

Attraversare il lavoro di De Tora, tra scansioni ritmiche intervallate tra rette e campiture cromatiche che solidamente strutturano le sue opere, equivale a recuperare il senso di un “viaggio” che vuole restituire all'uomo una visione della centralità del mondo , ma anche l'esperienza di una pittura che per l'artista è stata un continuo dialogo con gli eventi del suo tempo e che torna, ancora oggi, di grande attualità. De Tora iniziò la sua ricerca con il periodo figurativo nel 1960, quando era anche impegnato politicamente, e con diversi materiali dava vita a opere dalle atmosfere irreali e rarefatte. Subito dopo l'artista fu travolto dalla pittura informale, nella quale l'esplosione dei nuovi linguaggi portarono verso una gestualità consapevole e all'avanguardia, che aprì il campo della sua indagine a una nuova ricerca che accoglieva segni e tracce in scansioni geometriche. E' agli inizi degli anni Settanta che De Tora lascia confluire i suoi interessi verso la formulazione di strutture che veicolavano immagini di massa; successivamente iniziò ad analizzare il problema della organizzazione dei segni percepiti, deputando così la struttura geometrica a campo totale di indagine. In mostra ci sono anche due opere in carta intelata “Art for peace” e “The World”, del ciclo della serie sull'America realizzate con la figlia Tiziana prima della sua prematura scomparsa nel 2007, e il suo tavolo da lavoro che conserva intatte le tracce del suo fare artistico stratificato nel tempo.

La mostra si inserisce nella rassegna che il Palazzo delle Arti di Capodrise sta sviluppando sul tema “In cerca del padre”.

 
Dario Giugliano
TESTO DI DARIO GIUGLIANO PRESENTE SUL PIEGHEVOLE-CATALOGO DELLA MOSTRA PERSONALE AL MA-MOVIMENTO APERTO A NAPOLI NEL 2008

America

Come è noto, America è il titolo di un romanzo incompiuto di Franz Kafka, a cui ho immediatamente pensato nel guardare le opere di Gianni De Tora presenti in mostra. Ci avrò pensato, forse, per diversi motivi, che finiscono per riguardare delle analogie tra questa mostra e quel romanzo, analogie che ora trascurerò per concentrarmi su una ragione di fondo che lega queste opere al romanzo kafkiano e a ogni opera d’arte in generale. Nelle intenzioni di De Tora, queste opere dovevano rappresentare una sorta di omaggio all’America, così come comunemente viene chiamato quella parte del continente americano che, più correttamente, va sotto il nome di Stati Uniti e costituire, così, il nucleo di una mostra che avrebbe dovuto essere esposta a New York. Nei fatti, queste opere, contengono richiami a quell’immaginario di riferimento pop tipicamente americano. Ma nell’affermare questo, occorrerà che ci si chiarisca. Cosa vuol dire, qui, “tipicamente americano”? E, soprattutto, in che modo, un’opera d’arte, come, ma, anzi, forse più di qualunque saggio, può rendere conto di un immaginario, di un qualcosa cioè che caratterizzerebbe la struttura simbolica e mitografica di un popolo, di una nazione, di una cultura?. Spesso, quando si leggono delle pagine di critica sul romanzo incompiuto di Kafka, evocato nel titolo, si scorge un giudizio, che a tutta prima appare assolutamente chiaro, in quanto corrispondente all’evidenza della lettera del testo: in questo romanzo, l’America di cui si parla è assolutamente inventata, in quanto immaginata da Kafka, che non c’era mai stato. Come se poi l’esserci stato, da parte di qualcuno, conferirebbe, ipso facto, la patente di attendibilità per quanto viene a riferire e non fosse ugualmente un frutto della sua interpretazione e, quindi, immaginazione. Sta di fatto che spesso i critici ci tengono a farci sapere che quella descritta da Kafka non è l’America reale, così, come, si potrebbe aggiungere, non è quella reale, per esempio, la Malesia di Salgari, i cui unici viaggi per mare erano stati lungo la costa dell’Adriatico. Noi cercheremo di non essere a questo livello, chiedendoci, invece, se proprio per il loro carattere immaginifico, queste descrizioni non siano assolutamente evocative di una realtà. In fondo, chiederci questo, significherà, per noi, chiederci pure qualcosa in merito allo statuto della rappresentatività di un’opera d’arte in generale e nel caso specifico di un’opera di De Tora, il quale aveva fatto proprio della questione della rappresentatività uno dei nuclei della sua ricerca pittorica, che spesso veniva a essere etichettata come ricerca astratto-geometrica. Ora, se ci si riflette, uno dei motivi di fondo del cosiddetto astrattismo, più o meno geometrico, riguarda proprio la questione della rappresentatività, per cui, si dice, le opere astratte indicherebbero la strada di un superamento della rappresentatività, in direzione di un’oggettività espressiva, che non potrà, aggiungiamo noi, che coincidere con la capacità inventiva o creativa dell’artista, come sempre. Infatti, cosa mai rappresenta un’opera cosiddetta figurativa, se non quella stessa figura evocata in immagine nell’opera stessa e prima della quale non si dà assolutamente nulla? L’astrattismo, allora, punterebbe solo il dito, focalizzando quello che è un problema che l’arte, tutta, ha da sempre avuto: rappresentare nel senso di presentare ciò che non c’è (mai stato). Ecco perché l’arte crea mondi nuovi, come nel caso di queste opere di De Tora, sull’immaginario del Nuovo Mondo, appunto.

 
Domenico Cara
ARTICOLO DI DOMENICO CARA APPARSO SULLA RIVISTA ''L'INDICE- ARTE E REALTA' '' N. 5/6 DI SETT-OTT. 1979 X RECENSIRE L'USCITA DEL VOLUME DI LUIGI PAOLO FINIZIO '' L'IMMAGINARIO GEOMETRICO'' DELLA IGEI EDITORE DI NAPOLI SUL GRUPPO '' GEOMETRIA E RICERCA''

L' immaginario geometrico

 

Sull'ideologia del gruppo «Geometria e ricerca » (e sulle nette esigenze di riscontro culturale, azioni estetiche, mozioni di fiducia del suo stesso linguaggio dagli anni Cinquanta ad oggi) Luigi Paolo Finizio traccia un puntuale, schematizzante, riassuntivo rapporto d'informazione critica.

In una monografia armoniosa e illuminante (Istituto Grafico Editoriale Italiano, Napoli, 1979), in cui le figure del gruppo napoletano: Renato Barisani, Gianni De Tora, Carmine Di Ruggiero, Riccardo Alfredo Riccini, Guido Tatafiore, Giuseppe Testa, Riccardo Trapani, le funzioni ad essi attribuite, oltre le consuetudini tradizionali, dalle quali tutti gli artisti provengono, promuovono osservazioni, movimenti di idee e la circolazione medesima della validità del riscontro in un'area meridionale, nella cui esperienza tanta parte della civiltà contemporanea si ritrova, sebbene non sempre fitta di relazioni e, comunque, assiduamente partecipante alla contestualità creativa e alla storicistica provocazione «immaginaria» e « geometrica » del presente.

Un contributo efficace che la critica storica dovrà d'ora in poi rivisitare, il cui unico merito non è certo l'happening e la levità di certe manifestazioni pubbliche, ma un'assidua, silenziosa, centrale disciplina di proporre il discorso in proprio di una sensibile e attiva vocazione alla ''ricerca" tutt'altro che distaccata dalla sua elegante e problematica poeticità di relazione e di interno dominio.

 
Domenico Natale
TESTO DI PRESENTAZIONE DI DOMENICO NATALE PER LA MOSTRA COLLETTIVA “GRAFICA ASPETTI NAPOLETANI” PRESENTATA PRESSO L'ISTITUO SUPERIORE DI DESIGN A NAPOLI ORGANIZZATA DALLA RIVISTA ARTE E CARTE -LUGLIO 1994

GRAFICA: aspetti napoletani

a cura di Domenico Natale

 

Il paesaggio culturale napoletano, così come quello naturale, non si può percepire, comprendere e riconoscere nella sua più profonda realtà se lo sguardo non è disposto ad errare tra l'orografia di un territorio continuamente variabile, nel quale il dirupo che si apre improvviso nella massa tufacea o lavica relaziona immediatamente con le infinite varianti morfologiche di una linea costiera a ridosso della quale la geografia evidenzia spaccati antropologici enormemente differenziati, ma pur parte di una sola realtà: il paesaggio napoletano.

Se l'occhio e la mente si soffermano anche su di un solo metro quadrato di questo estesissimo territorio, lo sguardo superficiale non basta a percepirlo nella sua verità: memorie storiche sommerse legano in un tutto organico il mare, ad esempio, alla conformazione dei nuclei urbani ed alle sue forme sociali ed economiche; i quartieri, già connotati dalle stratificazioni dei millenni e dei secoli, si prolungano nelle cavità sotterranee e si arrampicano sulle colline cittadine segnando ad inferos e ad superos la propria specificità antropo-culturale.

Un territorio così non può che sviluppare una cultura e un'arte ad esso simile; l'indagine sull'identità partenopea esclude omologazioni preventive e sintesi troppo rigide. Essa, invece, è tanto più reale quanto più si apre alla diversità e al confronto, trovando nella coralità la sua unica verità.

La mostra “Grafica: aspetti napoletani “, organizzata dalla rivista Arte & Carte per l'Istituto Superiore di Design di Napoli in occasione del G7, e sorretta da un punto di vista critico proprio dalla messa in evidenza delle relazioni nella diversità che le poetiche e i linguaggi instaurano a partire da una specificità etnografica, si pone, quindi, come metafora del più vasto territorio artistico napoletano, dove la creatività viene tanto più esaltata nei suoi contenuti immaginativi e semantici quanto più relaziona, e proprio polifonicamente, con le infinite sfaccettature di una realtà che perfino nella parlata dialettale per essere espressa ha bisogno, tra Pozzuoli e Sorrento, di molte variazioni lessicali e fonetiche.

Per questo hanno preso parte alla mostra artisti tra loro assolutamente differenziati, come Gerolamo Casertano, Laura Cristinzio, Gianni D'Anna, Gerardo Di Fiore, Gianni De Tora, Nunzio Figliolini, Imma Indaco, Franca Lanni, Rosa Panaro, Tony Stefanucci, StudioRotella, Pasquale Truppo.

Il senso di una vitalità dionisiaca, viene espressa dalle gioiose e fantastiche invenzioni geometrizzanti di Gerolamo Casertano, che coniugano un sottile rimando onirico con l'evidenza di un immaginario connotato dall'estroversione, nel quale l'eredità colta dei segni adoperati viene temerariamente giocata in uno slancio vitalistico nell'atmosfera di una più popolareggiante Edenlandia. Nelle sue opere un motivo centrale nella composizione, particolarmente rilevante per valenze formali e cromatiche, attira nella sua orbita e determina l'assetto spaziale di un fantasmagorico mondo di segni ostentati dall'immediatezza dei colori primari e complementari.

Più riflessive nella loro intellettuale compiutezza comunicativa le opere di Laura Cristinzio, nelle quali come autodichiarata volontà beneagurante per il G7, sette snelle forme in progressione si compongono in un ideale monumento sospeso tra cielo, terra e mare come un polo che attiri e rimandi nel teso dinamismo dei segni, una rinnovata energia magnetica e, come un cuore, leghi la pulsione esistenziale dell'artista alla sua città e da questa si irradia nell'Universo nel segno della creatività.

Gianni D'Anna propone invece una visione della realtà naturale caratterizzata dalle nuove leggi delle nuove teorie del caos e della geometria frattale. I suoi eleganti elementi stellari ispirati all'autosomiglianza ed all'invarianza di scala, colgono aspetti della trasformazione del segno originario in un processo caotico indotto da infiniti cambiamenti autosimili a livello locale, che, in una danza di reazioni, finiscono per travisarne l'aspetto originario senza tuttavia annullarlo completamente.

La rivisitazione disincantata del mito classico ispira Gerardo Di Fiore, che nella materialità tecnologica della gomma piuma trasferisce ironicamente il desiderio di una ideale restaurazione, nella nostra epoca, della perduta memoria di valori etici ed estetici ontologicamente connessi ad una apollinea civiltà artistica. Nella sua fascinosa opera l'intento certamente provocatorio di elevare la gommapiuma anche a medium grafico di elevata potenzialità espressiva, raggiunge un pieno concepimento nella nettezza dei segni, nel gioco chiaroscurale delle stratificazioni, nella sapiente definizione di forme appena ritoccate, con squisito sapore arcaizzante, da sottili notazioni cromatiche che accentuano il nitore dei bianchi e i valori spaziali dell'insieme.

Ancora la geometria, ma questa volta nella esemplare chiarezza di una composizione euclidea esaltata dal contrappunto calibrato di pochi elementi cromatici nelle tinte primarie, sostiene le modalità stilistiche proprie della ricerca che da anni Gianni De Tora conduce con appassionata coerenza. Nelle opere esposte, un tracciato di segmenti percorre la scansione ritmica delle partiture e, con le sue deviazioni improvvise, estende i significati dell'opera in un territorio culturale che travalica la stessa geometria.

Gli stati di trasformazione della materia i momenti in bilico tra la solidità dei volumi e la fluìdità dei liquidi in un impianto segnico dal godibile richiamo naturalistico, interessano le raffinate grafiche di Nunzio Figliolini realizzate nelle tecniche dell'acquatinta, dell'acquaforte e della puntasecca.

Aggressive e inquietanti, invece, appaiono le incisioni di Imma Indaco. Il gesto espressionista che sulla lastra ricava con violenza siluette antropomorfe stagliate su di un campo visivo segnato da graffiti infantili, e che la stampa riproduce nella violenta positività degli inchiostri, riceve una ulteriore valenza drammatica dal contrasto bicromatico che mima, tra il gioco e l'angoscia, l'ombra come il proprio doppio.

Franca Lanni affida alla computer graphic e a successivi preziosi interventi manuali il suo desiderio di ricostruire sul foglio la matericità di porzioni di elementi fitomorfici colti nell'intrigo magmatico di un loro possibile habitat. La griglia informale che sorregge queste costruzioni si espande, poi, nella sensualità di preziose texture che suggeriscono, più che illustrare, i microcosmi poetici dai quali derivano.

Due serigrafie testimoniano poi l'impegno di Rosa Panaro nell'affermazione di una cultura femminista rivendicata nelle sue radici antropologiche e politiche lungo un arco di tempo che la stessa datazione delle opere, anni '70, definisce ormai come storico.

Esse diventano quindi, tanto più provocatorie, in quanto simbolicamente ripresentate in una occasione nella quale i postulati delle sue tematiche auspicano, anche nei colloqui del G7, una loro concreta risoluzione.

La grafica di Tony Stefanucci riconduce alla sua attività prevalente di scenografo attento ad una rimeditazione culturale, oltre che storica, del tessuto cittadino. Egli coglie, infatti, con l'immediatezza dello schizzo realizzato a larghi tratti con padronanza espressiva, gli elementi caratterizzanti gli scorci del panorama urbano, sui quali la memoria e l'invenzione dell'artista completa l'ambientazione e la giusta atmosfera.

L'equipe dello StudioRotella trasporta in un immaginario ad estesissimo orizzonte semantico la voluta, apparente evidenza iconografica della figuratività. In realtà le immagini prodotte sono il frutto di un sofisticato processo tecnologico che prevede l'ingrandimento al microscopio elettronico di un tessuto biologico, la sua fotografia ed una scannarizzazione al computer che evidenzi le griglie strutturali.

Questi passaggi, attraverso i quali l'immagine perde i suoi significati originari sgranandosi nell'elaborazione dei vari ingrandimenti e nella loro riduzione a pura struttura, permettono al grafico di disporre di un patrimonio di segni da riutilizzare, proprio per la loro ambiguità, in altri contesti visivi completamente estraniati da quello originario. Gli interventi manuali e l'uso dell'aerografo, utilizzati per creare ulteriori valenze estetiche nell'insieme segnico e cromatico dell'immagine, accrescono le sue potenzialità evocative.

E' così che le due opere presentate, liberamente ispirate a fotografie scientifiche di G. Tajana, trasferiscono i loro significati dallo studio dei tessuti umani ad una ipotetica conquista spaziale in nome della Comunità Europea e a un particolare di un prato nel quale si riposa una mantide religiosa.

Un'atmosfera romantica, infine, imbeve l'opera di Paquale Truppo realizzata con la morbida pastosità dei pastelli a cera. Una figurina vagamente antropomorfa emerge da un groviglio di segni connotati da accensioni di grigi chiari nel nero prevalente, di verdi, blu, arancioni e gialli quasi come in un vago paesaggio boscoso.

Un'abbagliante traccia gialla delimita in alto una zona dove i segni si schiariscono e si diradano originando nuove spazialità che rallentano, anche psicologicamente, l'angosciante espandersi dei minuti grovigli segnici.

 
Donatella Gallone
ARTICOLO DI DONATELLA GALLONE APPARSO SUL QUOTIDIANO '' NAPOLI OGGI'' PER RECENSIRE LA PRESENTAZIONE DEL CALENDARIO D'ARTISTA '' LA RUOTA DEL TEMPO DAL 1985 IN POI ….DODICI ARTISTI PER UN CALENDARIO'' PRESENTATA ALLA GALLERIA '' A COME ARTE '' DI NAPOLI DAL 22 DICEMBRE 1984 AL 14 GENNAIO 1985

Dal 20 dicembre un'originale iniziativa alla galleria '' A come Arte''

Quadri d'autore per l'anno nuovo

 

Tutto è cominciato come uno scherzo. II 27 novembre, all'inaugurazione della mostra di Giuseppe Leone, «Pittura come Teorema emotivo dello spazio», presentata alla galleria A come Arte, tra saluti e convenevoli, dodici artisti hanno lanciato una proposta: «Perchè non realizziamo, con le nostre opere, un bel calendario per Natale?», E l'idea diventa realtà. Il 20 dicembre, con la «complicità» del critico Arcangelo Izzo che cura il catalogo dell'esposizione, i dodici pittori propongono al pubblico le tavole che comporranno il calendario. La scelta dei mesi è stata affidata al caso: nel cappello nero di Bizanzio uno degli artisti in lizza per l'operazione, sono stati sorteggiati i bigliettini per assegnare a ciascuno il proprio compito. Ed ecco la formazione di una partita nata tra sorrisi e complimenti: Domenico Spinosa entra in campo con il numero 1 affrontando l'antagonista gennaio. Lo seguono Carmine Di Ruggiero contro febbraio, Ciro De Falco che marca marzo e Gianni De Tora su aprile. E mentre Andrea Bizanzio è alle prese con maggio, Pasquale Forgione non si lascia sfuggire giugno e Anna Maria Bova prende d'assalto luglio. Completano la squadra Giuseppe Leone con agosto, Renato Barisani per settembre, Salvatore Emblema che punta su ottobre, Gerardo Di Fiore che sceglie come bersaglio novembre e Rosa Panaro che sferra l'attacco a dicembre. «La ruota del tempo dal 1985 in poi .. » è il titolo coniato per l'iniziativa. Il calendario, infatti, non sarà limitato solo ad un anno. I giorni e disegni dei pittori ci accompagneranno dal 1985 in poi ... E l'entusiasmo che ha unito gli artisti ha contagiato anche l'assessore comunale alla Cultura, Rosario Rusciano che sembra deciso a contribuire alla realizzazione dell'iniziativa. Ma non mancano altri sponsor: Gino Ramaglia, fornitore di prodotti per l'Accademia delle Belle Arti di Napoli e Antonio Caiafa, titolare di un negozio di cornici hanno già aderito al piano varato dai dodici artisti. E intanto, entro i primi di gennaio scatterà la seconda fase dell'operazione: le arti Grafiche Lampo stamperanno in offset 2.000 copie del calendario, in quadricromia, su carta di cedro. Ma non è tutto. Anche l'editore Vittorio Avella de «Il Laboratorio» di Nola ha preso in mano la situazione: realizzerà, infatti, una cartella con 12 calcografie tirate in 200 esemplari su carta amatruda di Amalfi. E così i napoletani, dopo l'appuntamento del 20 dicembre ad «A come Arte», potranno portare a casa quadri d'autore, seguendo date e scadenze sotto il segno dell'arte.

DAL VOLUME DI DONATELLA GALLONE '' RITRATTI D'AUTORE -GALLERIA NAPOLETANA DEL '900'' EDIZIONE SUK LIBRI- NOVEMBRE 2003

I miei quadri a New York

Gianni De Tora spiega perchè è impossibile esporre a Napoli

 

Non cerca la copia del sole. Ma la purezza del suo colore. Non rinuncia alla propria libertà. Nemmeno nelle forme geometriche. Non si rifugia mai nei sogni. Gianni De Tora parla con le cose. E si tuffa nella poesia del bianco, del giallo, del nero. Che inonda una delle ultime tele, esposta su una parete dello studio di Capodimonte: quadrati scuri che si espandono, per esplodere, a destra, in un angolino di luce azzurra, animata da piccoli segni brillanti. Gianni De Tora. Recenti mostre in Germania, in Francia e in Canada, all'Istituto italiano di Vancouver. Nel futuro prossimo: esposizioni a New York, alla Riva Gallery di Manhattan e nello spazio milanese "Avida dollars" nomignolo affibbiato da André Breton a Salvador Dalì per la sua sete di denaro. I suoi quadri richiesti a Firenze. Dall' Archivio di Stato, per la manifestazione dedicata alla gallerista Fiamma Vigo (13 marzo- 13 giugno). Lui, Gianni, uno degli artisti proposti da quest' argentina appassionata che, dagli anni Quaranta ai Settanta, si divide tra le sue gallerie di Firenze, Roma, Prato, Venezia e Milano, per amore dell' avanguardia. Un'immagine ancora viva nella mente di Gianni: «Era una donna eccezionale, spinta da vero ardore per la cultura». Tempi difficili per imporre l' astrattismo. Dominati, come sono, dalle figure di Guttuso, Fiamma va in giro per l'Italia in treno a scoprire gli artisti. Con grande coraggio e determinazione. Decisa a far conoscere, tra gli altri, Piero Dorazio, Giò e Arnaldo Pomodoro. Tanto temeraria da tentare di divulgare anche il lavoro dei giovani. E che sia vero amore lo dimostra l'ultima parte della sua vita. Fiamma, tenendosi lontana da un mercato facile, è inchiodata da grossi problemi finanziari. Povera. La sua situazione la conosce bene lo storico dell' arte Giulio Carlo Argan che promuove un' asta per offrirle il ricavato e risollevarla dalla sua prostrazione. «Argan mi scrisse poco prima che lei morisse (nel 1981 , ndr). Seppi, così, che Fiamma viveva nell'indigenza e donai alcuni dipinti perché fossero venduti». Fiamma, raro esempio di generosità. Memorie ... Oggi il rapporto con i galleristi a Napoli è difficile. Complicato organizzare una personale. Gianni, da tempo, non ne allestisce qui, in città. Impossibile. Persino per lui che riesce ad arrivare nei musei d'oltralpe, come in quello municipale di Saint Paul, in Provenza. Dove, negli anni Novanta, è presentato da un protagonista internazionale dell' arte, Pierre Restany, fondatore del gruppo neorealista francese (con Arman, che accumula cianfrusaglie in contenitori trasparenti e Christo che impacchetta monumenti). Evento: la mostra" Ouverture". "Apertura", un titolo che sintetizza la pittura di Gianni, teatro di emozioni. Dove, improvvisamente, irrompe la speranza del colore, squarciando l'ombra segreta del mondo. A Napoli, invece, le ombre si addensano. Manca il pluralismo. Visibilità solo per alcuni artisti. Che lavorano con alcune gallerie. Gli altri, quando riescono a ottenere uno spazio per esporre, devono pagarsi tutto, anche il catalogo. A meno che non trovino uno sponsor ... «I critici dovrebbero avere l'umiltà di andare in giro per gli studi e vedere che cosa producono gli artisti e segnalare quello che è interessante ... ». E anche i galleristi ... Artisti & artisti. C'è chi ha la vocazione alla libertà e chi si piega a produzione industriale, sull' onda e la moda del momento. A richiesta ... Duecento, trecento opere ... Ecco i labirinti dell' arte moderna, con certi meccanismi e ingranaggi. Sconosciuti a una massa poco interessata. Colpa anche della scuola ita1iana. Una o due ore dedicate alla storia dell' arte, spesso, momento di ricreazione. E, poi, nelle grandi esposizioni napoletane, manca una sezione didattica. Chi non ne sa niente di questo o di quell' autore, come dovrebbe o potrebbe avvicinarsi ai suoi lavori? Ecco perché sarebbe fondamentale un museo di arte contemporanea con videoteca dove raccogliere e documentare il lavoro degli artisti napoletani che hanno rotto con il passato, esplorando l'universo dell' avanguardia. Lui, Gianni, non ha risposte per i suoi studenti del liceo artistico statale di Napoli, quando gli chiedono dove possono confrontarsi con le opere di alcuni essenziali autori partenopei contemporanei ... Visioni, comportamenti, tracce. Gianni abbraccia gli orizzonti della conoscenza dipingendo: dagli anni Sessanta, quando, ventenne, si affaccia nel mon- do artistico ... Fino a oggi. Passando per l' esperienza del movimento "Geometria e ricerca" , nel 1975. Il filo della geometria non si spezza mai. Si rinnova, balzando dalla tela e invadendo la galleria: acciaio, ferro, legno, smalti e immagini digitali proiettate a ripetizione sul video. Sono le sue idee di questo nuovo millennio. No, non ha paura del computer. Lui abbraccia l'opinione del filosofo Jean François Lyotard: l'arte resiste alla tecnologia. Le resta sempre qualcosa da dire. Perché anche esser uomo è un' arte.

ARTICOLO DI DONATELLA GALLONE APPARSO SU ''ILMONDODISUK.COM'' DEL 30 SETTEMBRE 2013 X LA MOSTRA TERRITORIO INDETERMINATO TRA NAPOLI, CASERTA, BENEVENTO E ROMA 2013/2014

De Tora e la vocazione alla libertà

 

L'arte è vocazione alla libertà, un arcobaleno che disegna una forma perfetta, un bisogno infinito di sperimentazione. Nel 2007, cellule maligne e ostili hanno spento la fiamma della sua vita, ma il suo pensiero, elaborato tra colori, versi e citazioni (che raccoglieva instancabile) brilla ancora di energia.

Gianni De Tora lo ha affidato alla moglie Stefania e alla figlia Tiziana insieme alla sue opere che dallo studio di villa Faggella a Capodimonte sono state salvate dall'umidità e respirano nell'appartamento del Vomero dove ha abitato fino al 21 giugno di sei anni fa, trasformato ora in un piccolo museo, attraversato dal presente, con una finestra sul futuro, come lui avrebbe voluto. Stefania e Tiziana, che lo custodiscono con amore e orgoglio, vogliono restituirlo a Napoli e alle città amate dai suoi passi d'artista. E dopo averci riflettuto molto, hanno trovato lo spunto per ricordarlo, scansando la solita antologica da commemorazione. È stato Gianni a dare loro l'idea con un'opera su carta realizzata nel 1981. Titolo: Territorio Indeterminato. Così si chiamerà il progetto che parte da Napoli il 3 ottobre all'Università Suor Orsala Benincasa e, passando per Caserta (dove è nato) e Benevento (il Museo del Sannio fu sede importante di suo cammino espositivo) , arriverà a Roma. Con tappa straniera. la Grande Mela (nel 2015, forse): a New York, dove Gianni e Stefania hanno trascorso dieci giorni prima che la malattia si risvegliasse, prendendo il sopravvento, sono dedicati i suoi ultimi lavori.

 

TERRITORIO INDETERMINATO

Territorio indeterminato è un luogo da reinventare. Su sfondo nero, un chilometro indefinito con tre colori primari (giallo, rosso e blu) , una piramide al centro che rappresenta la comunicazione tra diversi linguaggi. In basso, quattro triangoli dalle sfumature diverse e, infine, il testo, inserito per completare il senso della ricerca. Scrive l'autore: "Quando i viventi avevano finalmente determinato il proprio territorio, la propria casa ... avevano sottratto lo spazio agli oppressi, conservando in poderosi forzieri grandi ricchezze ... avevano comprato l'immortalità .. Ma la terra tremò e tutti. .. scomparvero ... rimase soltanto un grande immenso metafisico TERRITORIO INDETERMINATO ... da ricostruire". È il manifesto dell'iniziativa. Simbolo di una vita mai arroccata su se stessa, di una creatività che si espande per indicare l'unica, vera strada possibile da percorrere, quella della conoscenza senza fine.
 

LO SGUARDO AL NUOVO

Ogni location si concentra un periodo diverso della sua produzione. Si comincia con gli anni settanta, quando nasce il gruppo "Geometria e ricerca" fondato con Renato Barisani, Gianni De Tora, Guido Tatafiore, Alfredo Riccini, Antonio Venditti, Riccardo Trapani, Giuseppe Testa. La geometria è il mondo che si spalanca ai suoi occhi di bambino, da esplorare senza tregua, è il filo dell'esistenza che non si interrompe, ma si rafforza nella curiosità dell'innovazione. E, negli spazi del Suor Orsola, all'esposizione si affiancano laboratori aperti agli alunni delle scuole primarie, secondarie, oltre che agli studenti del liceo artistico. Una scelta determinata dall'attenzione che Gianni, da insegnante, ha sempre avuto per gli allievi e le nuove generazioni. A dialogare con le sue opere in mostra, un inedito di Vincenzo Frattini, uno dei quattro giovani artisti selezionati da Stefano Taccone (gli altri 3 sono Neal Peruffo per la capitale, Salvatore Manzi per il tour casertano e Nunzio Figliolini per l'evento beneventano) impegnati a confrontarsi con l'universo artistico di un maestro. Completa l'operazione napoletana, la presentazione di una cartella che raccoglie, tra l'altro, insieme a tre serigrafie e una litografia, alcune poesie di Gianni.

 

BIOGRAFIA PER IMMAGINI

Con un video dello studio Rotella, biografia per immagini, il suo mondo dei segni approda un mese dopo a Caserta, in un percorso che si muove su un doppio binario: la reggia con un excursus sugli anni ottanta alle cavallerizze (ex scuderie) e la facoltà di Storia dell'arte della Sun che nel cortile della sua suggestiva sede, ex carcere borbonico, ospita il progetto "Le aule dell'arte", ideato dalle docenti Gaia Salvatori e Nadia Barrella, un museo di arte contemporanea a cielo aperto dove, tra le installazioni di Barisani e del Gruppo Quarta Pittura, c'è anche il suo labirinto di cubi. A dicembre, invece, la Rocca dei Rettori di Benevento si tinge del suo blu anni novanta e nella galleria romana Angelica la primavera 2014 si annuncia con le sue straordinarie pittosculture del duemila, come la croce strabica.

 

ARMONIA DEI LINGUAGGI ARTISTICI

Se non se ne fosse andato così presto, proprio poco prima di vedere il suo promemoria "Camera 312" dedicato all'amico Pierre Restany (fondatore del Nouveau Réalisme ) in mostra alla Biennale di Venezia, ci avrebbe stupiti ancora, con un'avventura digitale. E in una di quelle sere in cui la sua fibra era già così debole da impedirgli di camminare, ma non da cenare a casa con gli amici di sempre, ebbe la forza di bisbigliare la speranza di un progetto da lasciare a moglie e figlia: una Fondazione che fosse crocevia di musica, arte visiva, teatro, nell'armonia della comunicazione artistica, così come piaceva a lui, tra rischio, azzardo, volontà. Volando libera verso il sole. E parlando con le cose, senza mai perdere di vista la realtà.

 

 

GIANNI DE TORA

TERRITORIO INDETERMINATO Dal 3 al 27 ottobre 2013

Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa vernissage giovedì 3 ottobre alle 17.

Apertura straordinaria della mostra, il 5 ottobre, giornata del contemporaneo, promossa dall'Associazione musei d'arte contemporanea italiani (Amaci).

Parte del ricavato dal catalogo (edito da Paparo, con testi, tra gli altri, di Enrico Crispolti e Lucio D'Alessandro) dei gadget, dei libri d'artista e delle piccole opere in vendita sarà destinato alla Lega italiana lotta tumori vicina alla famiglia fino agli ultimi mesi di vita dell'artista.

 
Ela Caroli
ARTICOLO DI ELA CAROLI SU “L'UNITA'” DEL 1° LUGLIO 1983 PER RECENSIRE LA MOSTRA COLLETTIVA ''EXEMPLA CAMPANA – OVVERO PITTURA COME ? '' ALLA GALLERIA ''A COME ARTE'' DI NAPOLI DAL 21 GIUGNO AL 5 LUGLIO 1983

Alla Galleria ''A come Arte'' si chiude la mostra ''Pittura, come?''

 

Si concude alla galleria ''A come Arte'' di Franca Mangoni, in vico Ischitella - Riviera di Chiaia - l'attività espositiva di quest'anno, con la mostra ''Exempla Campana - ovvero pittura come?''.Il punto interrogativo vuole indicare l'ipotesi aperta, la proposta, l'invito a verificare attraverso degli ''exempla'' una delle strade della ricerca pittorica in Campania. Non si vuole affermare, glorificandola, la felicità o la fertilità della produzione attuale, né far constatare lo stato di ''disordine'' o di ''catastrofe'' in cui annegherebbero gli artisti: questa è solo una piccola rassegna uscita da una ricognizione sul territorio, e precisamente nell' area Napoli - Caserta - Salerno, che presenta cinque personalità di artisti-ricercatori e le loro opere, che costituiscono appunto gli ''exempla''. Sergio Vecchio, nato all'ombra dei templi dorici di Cerere o Nettuno, recupera proprio nell'area di Paestum le sue origini e il suo patrimonio culturale di autentico figlio della Magna Grecia. I suoi ''reperti'' sono il frutto di una passione romantica per il frammento, attraverso il quale la fantasia ricostituisce una realtà lontana, antica, popolata di miti e di certezze. La pietra affrescata, con le vaste lacune, porosa e smussata, è testimonianza, è memoria rivissuta. Altri ''reperti'', di carattere ben diverso, ci presenta Gloria Pastore: sono memorie private, delicate, perfino banali, ma accostate assieme sugli asciugamani di lino del corredo formano delle sequenze di immagini, sogni struggenti, racconti di un'intimità violata e consumata, fermata negli appunti assieme a frammenti di pellicole, di cartoline, di partiture musicali. Assolutamente ''metropolitano'', violento e veloce, il lavoro di Antonello Tagliaferro sulla scrittura, che si riduce a una frustata, a un lampeggiare di luci e di colori incredibilmente ''artificiali'' abbaglianti e freddi, come una strada di città, di notte, vista da un motociclista in corsa. Peppe Ferraro, artista di Marcianise, dopo il recupero ''dialettale'' del lavoro della sua terra, la coltivazione della canapa, si addentra in un mondo di favole e di simboli, colorato di tinte vive e fresche come i sogni dei bambini e con tocchi di oro splendente come quello dei principi e dei re. Il trenino, il fumo, il sole, la luna, le stelline, sono elementi di un discorso metaforico e fantastico, fatto per suscitare ingenua sorpresa e ancestrali paure.

Ma il più felice, il più ''fertile'' di questi artisti campani ci sembra essere Gianni De Tora. Dopo il periodo di "Geometria e Ricerca'' in cui il suo lavoro tendeva ad una rigorosa analisi delle forme, alla fondazione di regole e schemi attraverso cui arrivare alla forma ''finale'', pura e astratta, si è liberato dai rigidi condizionamenti per arrivare ad una ''geometria organica'' - così potremmo chiamarla - passando per i quattro elementi ai natura - aria, fuoco, terra, acqua - passando per le forme ''originarie'' come il triangolo, l'uovo, passando per materiali «densi» come la canapa, la carta filtro, passando per la scrittura, insomma vivificando nella pittura - pittura i contenuti ''mentali'' che nella logica e nei segni geometrici avevano trovato la loro forma ideale.

DALL'ARTICOLO DI ELA CAROLI APPARSO SULLA RIVISTA '' LE ARTI '' N. 34 DI LUGLIO/OTTOBRE 1983 X RECENSIRE LA MOSTRA COLLETTIVA '' PLEXUS'83'' A CURA DI LUIGI PAOLO FINIZIO PRESSO LE SALE DELLA CAPPELLA SANTA BARBARA NEL MASCHIO ANGIOINO DI NAPOLI DAL 3 AL 30 GIUGNO 1983

Plexus '83

 

Cento opere esposte, venti artisti presenti: questa la dimensione di «Plexus 83 - Pittori e scultori in Campania» mostra allestita nella Cappella Santa Barbara al Maschio Angioino. Una «ricognizione nel territorio» come si usa dire, un'indagine che Luigi Paolo Finizio ha voluto condurre, affiancato dal Centro Studi Scienze Umane nelle persone di Barbara Magistrelli e Giuseppe Manigrasso, e con la collaborazione di Maurizio Vitiello, sotto il patrocinio del Comune di Napoli e dell' Azienda Autonoma Soggiorno, Cura e Turismo di Napoli. L'indagine è servita a fornire un panorama parziale di alcune personalità creatrici che in Campania e a Napoli operano - da poco tempo o da alcuni decenni, - secondo i casi - in senso «evolutivo», cioè tracciano un percorso di formazione e di elaborazione di linguaggi «densi», personali e significativi, che hanno in comune una forte mobilità, intesa certo non come incoerenza formale ma come espressività spinta in direzioni nuove, tutte agganciate però ad una radice storica. Transitando attraverso la storia, i linguaggi nuovi e rinnovati di questi venti artisti trovano la loro ragion d'essere; le loro pratiche, i loro messaggi sono stimoli continui e decisi verso una direttrice comune ma differenziata del fare atto in un tessuto culturale complesso qual'è quello campano, con le sue contraddizioni, i suoi sbalzi, i suoi fuochi di paglia, le sue eterne difficoltà. La direttrice comune è forse in questa pulsione, in questa spinta a rinnovarsi, a «ricercare» cioè percorrere nuove strade, o meglio tracciare nuove linee di percorso e abbandonare le vecchie vie, per raccogliere nuovi segnali da nuovi mondi formali, senza però lasciare che la memoria del già fatto si affievolisca o si perda; anzi, è compito dell'artista ripercorrere all'indietro la propria vicenda per confrontare il nuovo linguaggio col suo codice lingui- stico già consolidato: e sviluppare, come dice Finizio nel bel catalogo edito dall'Istituto Grafico Editoriale Italiano di Napoli, una ''memoria praticabile'', che è un dato possibile in questi difficili anni Ottanta (difficili ma esaltanti, vorrei aggiungere, dopo il grigio sperimentalismo dei Settanta). Un dato che consente di potere e saper rivisitare, riattizzare, rinnovare esperienze artistiche già note e fortemente caratterizzate, senta cadere nella trappola della regressione. Il pericolo del tonfo all'indietro è evitato se l'artista che riscontra e confronta il suo fare attuale la pratica memorizzata è lucido e veloce; se sa guardare a volo d'uccello il patrimonio formale, espressivo ed emozionale del passato di cui dispone o la sa far durare storicamente ancora oggi. Questa sottile e lucida operazione è davvero riuscita a tutti nella rassegna Plexus 83? Gli artisti hanno saputo «praticare» e transitare nella memoria proponendo nuove lingue?

Diciamo anzitutto che l'interessante mostra presenta inspiegabili vuoti. Difficile spiegare le assenze di molti giovani artisti che in questi anni sono riusciti ad elaborare un linguaggio personale ed efficace, quali Perrottelli, Panariello, Savino, Arlotta, Zevola, tanto per dirne alcuni. E come poi giustificare la totale assenza di personalità femminili? Donne artiste che in mille difficoltà a Napoli hanno saputo affermarsi con le loro ricerche valide, le loro spiccate personalità, la loro concretezza espressiva: Rosa Panaro, Mathelda Balatresi, Gloria Pastore, Clara Rezzuti, Anna Trapani e, insomma, questa realtà non doveva essere ignorata[...]

Gianni De Tora ha ripercorso criticamente il suo passato, le analisi dei processi visivi e costruttivi che si risolvevano rigorosamente in termini di geometria intesa non solo in senso formale ma piuttosto «ideale»: ora accanto alla strutturazione c'è anche la destrutturazione, accanto alla rarefazione c'è l'emozione[....]

ARTICOLO DI ELA CAROLI APPARSO SUL CORRIERE DEL MEZZOGIORNO IL 4.11.1999 X RECENSIONE MOSTRA PERSONALE ALL'ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA DI MONACO DI BAVIERA 1999

Gianni De Tora a Monaco

 

E' aperta fino al 18 novembre, all'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, la personale di pittura di Gianni De Tora. L'artista napoletano è uno degli esponenti del gruppo «Geometria e Ricerca» (con Renato Barisani e Carmine Di Ruggiero, tra gli altri) che negli anni Settanta ebbe un discreto peso culturale sulle ricerche artistiche in Italia meridionale, con riflessi anche nel dibattito nazionale e internazionale. De Tora ha inaugurato proprio pochi giorni fa con grande successo la mostra tedesca, esponendo una serie di opere recenti su tela e carta intelata, in cui appaiono in stretta relazione il segno libero, gestuale e il rigore geometrico, sua cifra caratteristica, che nasce da una programmazione mentale. Opere di De Tora - che ha partecipato a grandi rassegne internazionali come la X Quadriennale d'arte di Roma, la XVI Biennale di San Paolo del Brasile - sono conservate in importanti musei italiani e stranieri, in particolare in Francia, Spagna e Ungheria. Il pittore è particolarmente amato nei paesi mitteleuropei, per quel controllo dei mezzi tecnici che possiede e che però non contrasta con una sensualità e facilità d'espansione della sua pittura, definita «ambiente diffuso del colore» dal critico francese, Pierre Restany.

ARTICOLO DI ELA CAROLI SUL CORRIERE DEL MEZZOGIORNO -NAPOLI DEL 11.3.1999 X RECENSIONE MOSTRA PERSONALE ALLA GALLERIA AVIDA DOLLARS DI MILANO 1999

GLI EQUILIBRI IMPROBABILI DELLE OPERE DI DE TORA

 

“ L'occhio strabico” di De Tora a Milano. Questo è il curioso titolo della mostra dell'artista napoletano nella galleria «Avida Dollars» (che poi prende il nome dall'ironico anagramma che coniò per se stesso il grande Salvador Dalì) in via orti, 14, nel capoluogo lombardo, aperta fino al 19 marzo. Gianni De Tora, artista napoletano, analizza, in un improbabile equilibrio, i rapporti tra segno, geometria e pittura, unendo al rigore formale calibrato e quasi architettonico delle sue opere - strutture di legno e acciaio, con smalti e acrilici colorati - quell'elemento di asimmetria che rende più indeterminato lo spazio occupato dall'installazione, spiazzando l'occhio del visitatore fin quasi a renderlo “strabico”. Nel pieghevole che accompagna la mostra, ci sono testi di Gillo Dorfles e Pierre Restany. Negli anni Sessanta, De Tora, nato a Caserta nel '41 ma formatosi all'Accademia di Napoli, fu tra i fondatori del gruppo «Geometria e ricerca» con Barisani e Di Ruggiero, poi nel decennio successivo fece varie esperienze a Parigi e Londra; dal '78 all'81 ha studiato le relazioni tra opera e ambiente, «ammorbidendo» la rigorosa impostazione geometrica del suo lavoro. L'artista ha al suo attivo mostre in tutto il mondo, dalla Biennale di San Paolo del Brasile a quella di Valparaiso (Cile) e poi in Francia, Finlandia, Germania, Canada.

TESTO DI ELA CAROLI SUL CATALOGO DELLA MOSTRA '' GENER-AZIONI'' PRESSO LA CASINA POMPEIANA IN VILLA COMUNALE A NAPOLI DAL 20 LUGLIO AL 1° SETTEMBRE 1999

SEI RAGIONI PER RITROVARSI

 

Eravamo quattro amici al bar ... Come la nota canzone di Gino Paoli, autore raffinato eppure semplice di motivi che hanno davvero accompagnato nella vita un paio di generazioni di italiani, ci sono momenti in cui si affaccia alla coscienza individuale l'esigenza di "mettersi assieme". Nel caso del musicista-poeta che come pochi altri racconta il suo vissuto, il bisogno del confronto tra persone che hanno un comune sentire si alterna al bisogno d'isolamento, necessario per creare. Non sembri irriverente l'accostamento tra arte e canzoni: spesso queste sono piccoli miracoli, parentesi artistiche nel diluvio di banalità che viaggia su note. E piccoli distillati di sapienza: il grande Truffaut le considerava indispensabili alla conoscenza del mondo. Dal tavolino del caffè, dal quale si guarda passare il mondo, e dove si discute, si legge ad alta voce, si scrivono progetti e proclami, al chiuso dello studio, dove ci si può figurare "il cielo in una stanza" e con la chitarra, o col pennello, si opera di getto, presi dal sacro furore, salvo poi lavorare di riflessione e di meditazione. Due diversi orizzonti si aprono alla mente, nel momento dell'estroversione e in quello dell'introspezione: l'ampio formularsi delle storie e delle vicende della vita, che si dispiega con il contatto col mondo, e il solitario svilupparsi dell'immaginario, attraverso percorsi simbolici. Un gruppo di artisti - sei, stavolta - da sempre abituato al lavoro individuale, nel chiuso dell'atelier, decide ad un certo punto di intrecciare relazioni interpersonali al di là della semplice amicizia: forse per l'esigenza, divenuta sempre più urgente, di uno scambio vero, proficuo, che tenda al confronto e all'arricchimento interiore. Ma non solo: distinguendosi per età ed esperienze diverse le singole personalità entrano in gioco, rivelando la disponibilità a raffrontarsi, a specchiarsi nell'universo altrui, mettendo in discussione ogni scelta propria, nel superare la barriera inconscia del già detto, del già fatto, del prestabilito, elemento tipico delle carriere "consolidate" ed affermate.

Se l'arte, in fondo, con i suoi molteplici linguaggi, non perde di vista il suo primario compito di comunicare, è questo già un successo: in moltissimi casi ormai, nell'ambito di certe pseudo-avanguardie, l'arte ripiega su se stessa, perde forza nella rarefazione estrema dei messaggi, nei sottoderivati dell'arte concettuale (che avulsa dal suo contesto storico risulta essere ormai sterile) perde passione nell'uso spesso sconsiderato del medium più freddo e ipertecnologico che si possa avere a disposizione, cioè il video, che tuttavia quando è ben usato è strumento affascinante.

Dunque comunicare messaggi forti, con qualsiasi mezzo che possa avere valore simbolico, dalle tecniche tradizionali a quelle più nuove, ma comunicare, è questo l'imperativo categorico. E se si può fare assieme, unificando le proprie energie, tanto meglio. I nomi dei componenti del gruppo di artisti che non a caso si chiama "Generazioni" sono, in ordine di anzianità, Domenico Spinosa (Napoli 1916) Renato Barisani (Napoli 1918) Carmine Di Ruggiero (Napoli 1934) Gianni De Tora (Caserta1941) Mario Lanzione (S. Egidio-Salerno, 1951) Antonio Manfredi (Casoria 1961).

Di due di essi, si può dire che hanno attraversato l'intero Novecento: e all'affacciarsi del terzo millennio i maestri in questione, Spinosa e Barisani, riconosciuti protagonisti dell'arte contemporanea a Napoli dal dopoguerra ad oggi, non esitano a dar vita e anima, con gli altri, a quell"'ensemble" armonico come una piccola orchestra di musica, in cui ognuno degli elementi ha un suo preciso ruolo e una specifica funzione, per rispettare l'equilibrio degli accordi. L'informale impetuoso, quasi gestuale di Spinosa si serve di vortici di colore, di atmosfere vibranti, di gioiosa sensualità e di contemplazione della natura, per arrivare a comporre il suo linguaggio in cui strane forme di fiori, di libellule, di piante, di rocce, di fiotti di luce costruiscono un coerente universo di stampo espressionista, in cui concorrono suggestioni di Turner, di Kokoschka, di Hartung, ma incentrato su un naturalismo cosmico; la sperimentazione dei primi periodi dell'attività dell'artista ha però via via ceduto il posto ad un'attenzione anche alle tematiche inizialmente più remote dalla sua sensibilità, ad esempio i soggetti sacri. Mai rinunciando però al continuo "viaggio" nella percezione, con le antenne sensibilissime.

Il "progetto" di Barisani è invece quello di accedere alle strutture segrete delle forme e dei linguaggi con un rigore geometrico, con un'armonia nascosta dietro le formulazioni mentali, in una necessità di praticare di pari passo pittura, scultura ed altre tecniche, sperimentando itinerari nuovi, plastici e costruttivi anche quando sono bidimensionali. Una logica interiore guida il pennello dell'artista, che lavora sull'equilibrio di spazi simmetrici, apparentemente contraddetti dalla messa in atto di infinite possibilità combinatorie e costruttive. L'astrazione a cui la sua operazione si apparenta non è inconciliabile con la realtà fisica a cui Barisani si riferisce, nella calma olimpica delle sue pur vibranti composizioni. In Carmine Di Ruggiero si coglie un ritmo incessante, quello che ha sempre riversato nelle sue composizioni, prima di una limpida geometria: ora, il passaggio da una struttura codificata ridotta all'essenzialità, coi suoi rigidi meccanismi interiori, ad una più aperta e materica raffigurazione di moti cromatici, denota un senso di maggiore libertà. Ma non solo: c'è anche maggior fiducia nell'operatività dell'uomo moderno, discendente diretto di quell"'homo taber", la cui creatività, come dice lo stesso artista, è alla base e alle fondamenta della trasformazione della persona umana sognata dagli illuministi e progettata dalla ricerca scientifica. Per Di Ruggiero scienza ed arte sono perfettamente compatibili, anzi complementari: la prima tende alla trasformazione, l'altra per l'invenzione di un mondo nuovo.

Gianni De Tora affonda le sue radici artistiche in un incontaminato terreno di razionalità lucida e controllata. I suoi mondi astratti, rigorosamente geometrici hanno subìto nelle ultime fasi del suo operare una sorta di destrutturazione, frutto di una pacata rimeditazione, che pur conservando la compostezza espressiva accosta senza problemi segni elementari e reperti visivi complessi. Sono il prodotto di esplorazioni mentali, si potrebbe dire concettuali, che irrompono nella staticità dell'immagine per terremotarla, scuoterla dalle viscere. De Tora negli anni ha accostato al colore la materia; ferro, legno, acciaio, cera, hanno contribuito ad aprire l'orizzonte ordinato e bidimensionale del quadro, che ne veniva trasformato e movimentato.

Mario Lanzione adopera l'informale come continuo gioco di costruzione e di superamento del limite, come avvicendarsi di spazi aperti e di campiture chiuse, compatte. In alcune tele la leggerezza suggerita dall'uso di carte veline rende la composizione aerea e palpitante, in altre la decisa evidenza del colore, gli squarci luministici danno l'impressione di una marcata volontà dell'azione pittorica. In tutto prevale sempre una grande misura, un equilibrio che a volte è persino palpabile, dando il senso di una compiutezza che annulla l'angoscia possibile del vuoto.

Ad Antonio Manfredi non manca certo la stessa misura, mentre modula su una gamma di infinite possibilità le sue forme, le sue icone che sembrano il risultato di una serie di dinamiche che si incrociano in campi di forze. Dipinti e installazioni sembrano a volte disegnare mondi lontanissimi, persi nel cosmo, e senza tempo, cristallizzati in una ricerca di perfezione assoluta. L'energia sottesa a queste operazioni è vibrante ma controllata e abilmente frenata. Colori, ferro, marmo, plexiglas e laminato plastico rispettano quest'esigenza compositiva che resta nel campo dell'astrazione pura: lo spazio, come lo stesso artista dichiara, è il tramite magico tra l'osservatore e l'oggetto, lo spazio come primario concentratore di energia, come estensione fisica dell'opera. E nel disegnare, ancor più che occupare lo spazio, l'opera supera se stessa, si fa "messa in scena" del mondo.

 
Eleonora Puntillo
ARTICOLO APPARSO SULLA RIVISTA PATAPART N. 2 DEL GENNAIO 2003 X EVENTO ALLE STANZE DELL'ARTE DELL'EDITORE PIRONTI A NAPOLI IL 3.4.2003

OLTRE IL SEGNO

 

Oltre il segno con tanti segni tracciati chiesti invitati ottenuti nelle dantesche Stanze dell'Arte per dire che deve morire l'arte della guerra e vivere e mostrarsi l'arte riposta in ciascuno, da rivelare nel mutamento: il divenire il dirsi il disvelarsi di ciascuno. Seconda promessa, non è stata mostra (il 3 aprile nella casa editrice di Tullio Pironti a Piazza Dante) ma esemplificazione quella chiamata <oltre il segno> e attuata dai cinque che tracciano segni (più una che traccia parole) i quali assumono a loro sigla il frammento latino allusivo beffardo <Mutandis> Ovvero Gianni De Tora, Mario Di Giulio, Michele Mautone, Rosa Panaro, Mario Ricciardi (più Eleonora Puntillo).

Esemplificazione del come pensano di comunicare sull'arte deridendo tutte le acrobatiche truffaldine sintassi, denunciandole, deragliandole, denudandole. Esemplificazione del come si può coniugare il segno di ciascuno, senza gelosia, in un segno collettivo eppure mutevole impresso nelle incisioni dai colori mutanti racchiuse in cartelle ideate con allegra intima allusione da Mariano Grieco (edizioni Altrastampa), trenta e non più di trenta, il cui prezzo diventa assai lieve alla notizia che va sottoscritto per intero a Emergency.

I gesti artistici beffardi ammiccanti invitanti sono stati sospesi alle corde così come i teli color della pace, così come l'oscuro tessuto mimetico tracciato di bianco a rappresentare l'angoscia dei nostri giorni video-bombardati. Il canto e la chitarra (Tiziana De Tora e Michelangelo lossa) hanno rammentato altri anni altre guerre altre infinite voglie di pace. Il dire di Renato Carpentieri ha ripercorso i versi di Luciano Caruso poeta scomparso e presente, e poi anche la satira sapida nei confronti di chi governa, ove per ridere (seppur amaro) basterebbe soltanto ascoltare dal vero. Chiaro rapido severo convinto, Mario Persico nel dire il suo pensiero su quelle forme e su quelle opere, dichiarandosi contento di riscontrare in <Mutandis> l'intento di rifiutare i modi odierni della comunicazione sull'arte, l'intento di allontanarsi da ogni mercanteggiare, da ogni profanazione. Contento nell'annunciare anche d'aver riscontrato sicuri segni forse inconsci (forse no) di ésprit pataphisique.

 
Elio Galasso
TESTO DI ELIO GALASSO DEL 1987 X MOSTRA CON L'ARTISTA ANTONIO DEL DONNO ''TORRECUSO CITTADELLA DELL'ARTE'' PRESSO L'AULA MAGNA DEL PALAZZO COMUNALE DI TORRECUSO (BENEVENTO) IL 6.9.1987

Gianni De Tora interviene a Torrecuso cittadella dell'arte '87 con un intento per molti versi singolare, quello di affrontare una realtà tradizionale collettiva, nel caso specifico una piccola comunità meridionale nei suoi diversi e intersecati livelli sociali e culturali, nelle sue manifestazioni originali, nei suoi condizionamenti. I fogli presentati - in tecniche miste di olio, acquerello, acrilico, china, oro - rincorrono dappresso i richiami della cittadina appenninica, capitale di un gustoso aglianico nell'anno dedicato appunto, in Europa, al vino ed alla vite. Il fluttuante, controllato atto creativo ne espone le apoteosi, i segnali, gli appelli della esistenza umana scorta da dentro, con tutto ciò che vi si sprigiona in termini di immagini: associazioni di idee dall'apparenza casuale e le esitazioni del labirinto di radici storiche, l'inganno di colori "altri" e il presagio di spazi "altri", la sostituzione di un ricordo con un "altro" ricordo, fino al punto che il tempo diventa un viaggio.

La grande percettibilità di De Tora si accresce nell'attrito con la nozione di agricoltura che traduce in oggetti significanti, perfino ansiosi - falce, fulmine, buio, croce - interagendo con la memoria di narrazioni del lavoro contadino scandito per mesi, lungo la traccia figurativa dell' Antelami attraversata da note alchemiche medievali, dai simboli delle stagioni d'estate e d'autunno prossime alla vendemmia, da ancestrali evocazioni mediterranee degli elementi della natura, della fecondità maschile e femminile.

I colori primari di giallo, rosso e blu, con ori in polvere rilevati come in un mosaico bizantino, stanno alla base dei rifornimenti di tensioni e assorbono ogni possibilità di riposo per l'immaginazione di chi si collega a quel processo estetico. Avviene qui il riordinamento dei materiali, nella espressività riconoscibile di un paradigma della pittura. Ma accade anche il contrario. E' come se, giunto a smuovere ciò che sta al di sotto della cultura, Gianni De Tora avverta l'insufficienza di trasferire segni e colori ad uno ad uno, e li voglia tutti associati davanti a sè, nella loro piena concretezza, per tradurli in una dimensione ancora più espressiva.

ARTICOLO DI ELIO GALASSO APPARSO SULLA RIVISTA ONLINE ''CULTURA E CULTURE'' DEL 7 NOVEMBRE 2013 X MOSTRA TERRITORIO INDETERMINATO NAPOLI/CASERTA/BENEVENTO/ROMA 2013/2014

L'immaginario geometrico di Gianni De Tora

 

Sprofondare nella geometria ha il fascino della perdita. Ma smarrirsi fra linee rette e curve, superfici e volumi, simmetrie e proporzioni, conduce alle fonti della bellezza priva di referenti, alla bellezza in sé. La loro semplicità apparente lascia credere che chiunque possa appropriarsene: basta portare la linea a fare una passeggiata, diceva infatti Paul Klee. Per gli artisti, la geometria è un viaggio concettuale che attraversa l'arte contemporanea ispirando filosofia e scienza, design e moda, attività produttive, pubblicità. Ma soprattutto consente di costruire un mondo sconosciuto. A Gianni De Tora, attivo a Napoli fino al 2004, maestro dell'immaginario geometrico e protagonista dell'arte italiana dagli Anni Settanta, chiesi se sapeva che le sue forme astratte trasmettevano un sottile humour,
mediante effetti spiazzanti in atmosfere di assoluta serietà. Tant'è, aggiunsi, che pure Mae West, la grande attrice sex symbol del cinema americano della prima metà del '900, affermò una volta che la geometria collabora con le donne perché abitua gli uomini allo sguardo basso, a sovrastare le forme, e insegna che la distanza più graziosa tra due punti è la ... curva. Lui ironico replicò "non c'è niente di male ad inseguire curve e tutto quello che c'è intorno, solo che non è un gioco da caleidoscopio, come qualche critico va ancora dicendo". L'astrattismo dell'ultimo trentennio del Novecento non riuscì ad omogeneizzare Gianni De Tora, né i critici ad inglobarlo nelle correnti estreme del pensiero estetico che sottoponeva l'arte al controllo di gelidi intellettualismi. Egli viveva stati emozionali che lo portavano direttamente alla verità delle cose. Cosi ha operato e ha scritto, libero e coerente fino alla fine.

Torna adesso fra noi la sua opera nella Mostra Territorio indeterminato, che dall'Università degli Studi 'Suor Orsola Benincasa' di Napoli passa in questo novembre negli spazi vanvitelliani della Quadreria della Reggia di Caserta (inaugurazione giovedì 14 novembre), per proseguire a dicembre a Benevento nella trecentesca Rocca dei Rettori e concludersi nel marzo 2014 nella prestigiosa Galleria della Biblioteca Angelica a Roma. A turno verranno esposte opere del periodo astratto-geometrlco degli anni '70, della fase geometrico-segnica degli anni '80, le istallazioni ambientali e le pittosculture degli anni '90 e 2000. Tra lavori inediti e noti, i visitatori si troveranno di fronte a composizioni che complicano o sintetizzano idee formali, sperimentano progetti, materiali, segmenti, intersezioni, multipli, gioielli, e raccontano storie di colori in crescendo o in diminuendo, di natura quasi musicale. L'itinerario espositivo in quattro città moltiplica a sua volta questa occasione vivacissima di cultura, da non perdere. E' tanta la letteratura che parla di Gianni De Tora, con testi dei maggiori studiosi di arte italiana contemporanea. Ma quanto più c'è da leggere, di un artista, tanto più io vado a cercarlo nelle tracce del suo modo originale di stare nel mondo, anche al di là dell'arte. Per questo, nel Catalogo della Rassegna Territorio indeterminato ho voluto ricordarlo come persona. Ho scritto fra l'altro che per lui le forme geometriche, benchè intrinseche alla realtà che ci circonda, non esistono se non impariamo ad estrarle per ricomporle in modi nuovi, con la fantasia che fa vivere la vita come avventura.

TESTO DI ELIO GALASSO PRESENTE NEL CATALOGO DELLA MOSTRA ITINERANTE DEDICATA AL MAESTRO DE TORA “ TERRITORIO INDETERMINATO “ SVOLTASI IN VARIE SEDI TRA IL 2013 E IL 2014

GIANNI DE TORA: RIPENSANDO A UN INCONTRO

Solitario in Piazza Trieste e Trento a Napoli, non aspettava mai nessuno Gianni De Tora, ma sembrava in perenne attesa di chissà chi o che cosa, estate o inverno che fosse. Ero io ad aspettarmi di vedere lui, o meglio il suo cappello, àncora improvvisa del mio sguardo, da lontano, ogni volta che risalivo Via Chiaja per andare in Galleria passando per il Teatro di San Carlo. Con me scherzava, mi veniva vicino atteggiandosi a guappo, però era timido. Un sorriso sornione era la sua prima difesa, un approccio da cui avrei dovuto difendermi io, secondo lui. Ma ormai lo conoscevo da anni, non era stato aggressivo neppure nelle discussioni a due per preparare iniziative culturali in area beneventana. La nostra amicizia si basava su dissonanze.Mi proponeva una prossima mostra tutto all’incontrario, partendo dall’allestimento anziché dall’idea primaria, e alle opere ancora tenute in studio non accennava per niente nel chiedermi un testo critico che desse conto degli sviluppi a cui era pervenuto. Era come convinto che io ne fossi già al corrente, lui, solitamente restìo ad ammettere qualcuno nelle scaturigini della sua creatività, fatti salvi - confessava - familiari e allievi. Tantomeno amava avventurarsi in questioni teoriche, parlava piuttosto delle finalità di natura pratica con cui le opere d’arte venivano presentate nelle gallerie private. Di qui il desiderio di esporre le sue in un luogo istituzionale come il Museo del Sannio da me diretto, “in pubblico, non al pubblico”, diceva. A rifletterci, quella sua espressione dichiarava che per lui ogni mostra è svelamento di una intimità gelosa, assoluta. Era una serata d’autunno, non tiepida. Tentando invano di farsi  polemico, esordì: “fai bene a guardare il mio cappello, è il cappello che fa l’artista, lo portava pure Dudovich!”. Non gli diedi soddisfazione nemmeno quella volta, mentre come sempre cominciava a tormentarmi indicandomi il pannello pubblicitario del Liquore Strega di Benevento, esposto all’angolo del Caffè Gambrinus, realizzato ai primi del Novecento dal grande cartellonista triestino. “Ma che cappello e cappello - ribattei - a te piace la bella guagliona del manifesto, l’amante di Dudovich messa in offerta speciale. Nessuno di voi artisti è un puro”. Quando Gianni non c’era, così come oggi non c’è, restavo e resto fermo a quell’angolo, senza guardare “forme e colori a passeggio”, come lui definiva la gente di uno dei posti più magici di Napoli. Non accettava di entrare nel Gambrinus, lo storico caffè degli artisti. Contrariandolo per distrarlo, mi sedetti a un tavolo all’esterno, lui trasse una penna dal borsello e tenendola con le dita unite cominciò a disegnare qualcosa davanti ai miei occhi, per vedere quanto ci avrei messo a capire che stava pensando ad accostamenti di forme, al piano tondo del tavolo, al bicchiere a imbuto, al sottostante piattino poligonale del drink. Il suo gesto benedicente, gli osservai, era costruttivo, non casuale. Sedendosi finalmente, si accontentò di acqua. “Serve per la… benedizione”, disse. Convinto che le forme non esistono prima che le pensiamo, gli faceva tristezza che solo l’artista sappia prenderle in considerazione: “Sarebbe bello se ci provassero tutti, come fanno da bambini!”. Vedevo bene che per un ulteriore progetto non si sarebbe più rifatto a misure fondanti l’universo totale e le piccole cose. Stava vivendo una fase di eliminazione, di liberazione, parlava di astrattismo per esorcizzarlo. La pittura che stava inventando non era solo pittura, era qualcosa di imprevedibile, voluminoso, spontaneo, estraneo ai condizionamenti di millenari studi di geometrie e matematiche del cosmo. Ma continuava a pronunciare la parola ‘cosmo’ perché in greco significa bello in quanto ordinato. Tra gli appunti che presi per scriverne poi, trovo questo concetto: “Forse non sono un contemporaneo, visto che chiamano opere contemporanee certi disordini mentali costruiti da sudditi del gusto corrente per esigenze di mercato”. Si sentiva oppresso dal mercato e dalle elaborazioni teoriche di una critica militante decisa a farsi protagonista sulla scena dell’arte dagli Anni Settanta in avanti, a spese degli artisti autentici. Gesti, pensieri, parole, e quella sera Gianni De Tora dipinse, è il caso di dirlo, un cosmo tutto suo, diviso per categorie, privo di contraddizioni, per me un invito a entrarvi, mai prima ricevuto.C’è da chiedersi se questo artista lieve, dal carattere partenopeo, ma dalla visione nazionale, sia stato davvero un ‘primitivo’, come inaspettatamente gli venne da dirmi, un ‘immediato’, incantato tra ciò che poteva arrivare a conoscere in profondità e ciò di cui non riusciva ad acquisire certezza. In quel dialogo, anzi monologo, era come vederlo immergersi nel corpo stesso dell’arte, nel regno del ‘fare finta’, e darsi al gioco infantile a cui s’era riferito con consapevolezza. Presa sulla realtà e scivolamento nell’irreale, indagine ma anche energia, erano i poli in cui la sua mente stava altalenando. Seppe dirmelo, così impaurito da farmi venire spontaneo citargli un pensiero di Bertrand Russell: può esistere una conoscenza così certa che nessun uomo ragionevole possa dubitarne? Era il quesito che lui si poneva. La risposta è negativa, lo rassicurai, considerando quanto stiano diventando confusi i limiti tra arte e scienza, tra realtà virtuale e verità. Volle sapere con chi ne avevo discusso, gli sembrò strano che io ne avessi parlato addirittura con un medievalista, Hans Belting, che venne a Benevento per studiare gli affreschi dell’VIII secolo della chiesa di Santa Sofia. Belting, dal versante antropologico a cui allora si avviava, ha affermato che ogni nuovo linguaggio, quando è veramente nuovo come appunto si vede in quegli straordinari affreschi, travalica la storia traducendo riti e bisogni ancestrali. In fondo, osservò Gianni concordando, siamo visitatori di questo mondo, e io devo costruire la mia personale realtà guardando il mondo con gli occhi miei, non con quelli degli altri. Quel suo inedito approdo al diapason emotivo, la molla che spinge a conoscere, mi spiegò e mi spiega tante opere di Gianni De Tora, mi racconta amore per la vita.

 
Enrico Crispolti
TESTO DI ENRICO CRISPOLTI SUL CATALOGO DELLA MOSTRA PERSONALE ALL' “ARTECOM” DI ROMA – 1975

TESTO PRESENTE ANCHE SULLA RIVISTA “ADVERTISING AGENCY P.P.” DI GENNAIO-MARZO 1976

TESTO PRESENTE ANCHE SULLA RIVISTA “D'ARS” N. 85 ANNO XVIII DEL 1979

Dal geometrismo quasi onirico, fantastico certo, in una sorta di apertura visionaria quasi d'intenzione cosmica, in forme minuziose, si direbbe scritte piuttosto che architettonicamente strutturate, praticato nel 1972-'73, De Tora è approdato nel '74, e lo ha approfondito nel '75, ad un diverso e nuovo tipo di ordine, fondato su strutturazioni precise, geometriche, entro le quali è assunto il principio della mutazione, cioè della sequenza, come gamma di eventualità di trasformazione strutturale.

In questo senso De Tora non smentisce i suoi precedenti interessi di visione (e persino appunto d'un certo visionarismo dinamico), ma li ripropone in termini più controllati concettualmente e formalmente più chiari e definiti.

Tali sequenze, mutative e non meramente iterative, sono ordite entro una impalcatura generalmente fatta di quadrati e di cerchi: cioè una struttura elementare in funzione di telaio (ma in qualche caso saranno anche triangoli acutissimi). Mentre molto più varia e articolata è la struttura minore, in mutazione che compare entro tali inquadrature, nel cerchio soprattutto (così che in fondo l'intero dipinto è una sorta di presentazione di mutazioni strutturali continue,
come fermate in una tavola d'orientamento, di indice di tali mutazioni). 
Dico mutazioni non a caso, gìacché sono i titoli stessi che De Tora propone per questi suoi dipinti, ma attribuendoli non ad entità geometriche astratte, bensì a riferimenti naturalistici (sia pure vagamente cosmici): «mutazioni del sole», per esempio.

A questo punto mi sembra evidente che l'intenzione di De Tora è quella di voler fissare entro un controllo strutturale geometrizzato i termini di una mutazione appunto di natura, infinitamente fluida e sfuggevole ( «i riflessi del sole», altrove). E ciò avverte di come queste proposizioni di De Tora non possano essere correttamente intese quali mere invenzioni strutturali geometriche, ma fondino invece la loro ragione d'essere proprio sul dibattito intimo fra volontà
di analogia lirica, «poetica» si può ben dire, e volontà di geometria costruttiva, il cui valore sia tuttavia soltanto nel segno che riesca a portare di tale lirismo. 
E dunque l'intenzione lirica di De Tora nel geometrismo costruttivo trova il suo veicolo, il suo strumento valorizzante, non tanto il suo fine. Ecco perchè il lavoro di De Tora ha un tratto molto personale, che direi persino si può intendere quale tentativo di proporre un'accezione propria, «meridionale» se volete, a certe scadenze di cultura geometrica seriale, d'origine invece tecnologica.

TESTO DI ENRICO CRISPOLTI X CATALOGO DELLA MOSTRA DEL GRUPPO ''GEOMETRIA E RICERCA'' PRESSO LA GALLERIA ''IL SALOTTO'' DI COMO DAL 21 MAGGIO AL 3 GIUGNO 1977

Quando si avvierà finalmente una seria storia «sociale» dell'arte italiana contemporanea, e particolarmente degli ultimi decenni, non si potrà far a meno di riconoscere che allo sfruttamento economico del capitalismo settentrionale sul mezzogiorno, emarginato come mero terreno di conquista consumistica e come riserva di mano d'opera, corrisponde esattamente una emarginazione culturale, e per quanto riguarda le arti visive il totale disinteresse delle patrie storie e perfino cronache su accaduto come su accade nell'area meridionale di originalmente creativo e di autonomo, e comunque di risposta e di partecipazioni tipiche al dialogo culturale.

Per quanto riguarda le arti figurative la ragione dell'emarginazione è soltanto indirettamente politica, mentre è direttamente economica, e di modelli culturali del potere. Economica, giacché è inammissibile per il mercato capitalistico dell'arte, come è stato nell'accelerazione consumistica il mercato artistico italiano settentrionale, che possano darsi nell'area meridionale valori riconosciuti. Se qualche riconoscimento poteva essere dato, ciò avveniva unicamente per chi avesse abbandonato il mezzogiorno e fosse emigrato, convalidando dunque la preminenza indiscutibile della situazione culturale settentrionale e del suoi modelli, rientrando cioè nei modelli che quel mercato sosteneva e affermava, e che intendeva esportare ed imporre anche nella « colonia» meridionale, al modo stesso di come la pressione consumistica operava, anche attraverso la politica dei “poli di sviluppo”.

Sarebbe vano chiedere perché la critica nazionale d'avanguardia, anche la più intelligente, non abbia contrastato questa tendenza e questa operazione emarginanti. E' facile infatti rispondere che ben difficilmente si potrebbero reperire scelte e indicazioni di tale critica diverse da quelle dell'ideologia del mercato entro la quale quella critica stessa operava. D'altra parte le rare presenze critiche meridionali non hanno avuto nè la convinzione nè comunque la forza di dare indicazioni diverse. Esiste anzi una precisa responsabilità di certa critica d'arte d'avanguardia operante nel mezzogiorno d'Italia di aver contribuito ad avallare situazioni di riporto e di colonizzazione ideologica e mercantile, invece di stabilire dei segni di un fronte di resistenza e di riconoscimento di una possibile diversa identità e funzione pur nel comune dialogo problematico contemporaneo, dico entro la tradizione stessa dell'avanguardia.

La condizione drammatica dell'operatore culturale ed artistico in particolare nel sud è stata ed è quella di dover combattere appunto per la conquista di uno spazio di possibilità di autoidentificazione e di autonomia. Alcuni hanno preferito una soluzione di abbandono di quella situazione, e sono risaliti al nord o fuori d'Italia, altri - i più naturalmente (e fortunatamente) - hanno resistito sul posto, tentando di fondare il senso diverso di un lavoro pur strettamente dialogante con i portati di un'avanguardia internazionale.

La linea di lavoro che questa mostra documenta va letta anch'essa in questa condizione di fondo, e va letta quindi nello sforzo di fondare una specificità di ricerca nell'ordine di analisi di strutture astratte, nel senso - implicito almeno - di una risposta culturale connessa a tale condizione e alla problematica specifica, direi, persino in qualità antropologica, di un territorio culturale e geografico.

Che questa linea del resto abbia poi tutti i titoli per una sua presenza, e sufficientemente autonoma e certo sufficientemente precoce, sono qui, direi in apertura di mostra, a ricordarlo le presenze di Barisani e di Tatafiore, esponenti di quel ''Gruppo Arte Concreta" napoletano, aderente al M.A.C., e attivo con particolare vivacità di proposizioni (che andrebbero più attentamente ricostruite entro la storia dell'arte astratta italiana nel secondo dopoguerra) nella prima metà degli anni Cinquanta.

In una recente monografia, ricostruendo tutta la lunga vicenda di Barisani in trenta anni d'attività creativa tenace e fortemente qualificata, ho cercato di avviare un discorso proprio sulla specificità di quelle prove, che contrapponevano (ma al discorso vale anche oltre le prove di Barisani) ad un astrattismo geometrico di impronta o idealistica o fantastica o comunque di corrispondenza ad una strutturalità tecnologica, come avveniva nella situazione settentrionale, le intenzioni di un lavoro più umile e problematico, di un costruire quasi fabrile, riportando cioè appunto l'attenzione su un denominatore lavoro, direi quasi operaio, in una prospettiva dunque d'ipotesi aperta e fuori d'ogni trionfalismo formalistico o ideologico.

Quel lavoro di Barisani è ormai assai lontano, venticinque anni fa, ma le premesse sono ancora valide e operative nelle esperienze che nell'ultimo decennio va conducendo nell'esplorazione di una possibilità fenomenologica della forma pura, e che a quella lontana stagione si riconnettono costituendo ormai un nesso storico fondamentale nella vicenda dell'astrattismo meridionale.

Tatafiore opera invece in termini diversi dalla tradizione “concretista” della prima metà degli anni Cinquanta, nel senso di aver acquisito altri elementi nella costituzione d'immagine, come la presenza verbale plasticamente risolta, e in modo molto rigoroso, e tuttavia ironicamente valida anche proprio come parola affermata in consistenza plastica, pittorico-plastica, in questi suoi rilievi tondi, fra la pittura oggettuale e la scultura.

Da origini in esperienze informali nello scorcio degli anni Cinquanta e nella prima metà dei Sessanta, Di Ruggiero è venuto elaborando negli anni una ricerca di strutturalità astratta molto personale, fino a quel recente modo di iterazione di elementi formali analoghi, ma in una varietà cromatica chiaramente credo allusiva in senso analogico a una vivacità ottica di spettacolo meridionale. La presenza di Di Ruggiero nella linea di ricerca qui prospettata (e si intenda bene prospettata nella sua attualità, anche se quella linea ha appunto una fondazione storica precisa) è un anello fra la generazione che dialogò con il M.A.C., e quella di un nuovo costruttivismo e 'comunque di una nuova pittura di strutturalità astratta a Napoli negli anni Settanta.

Qui le diramazioni sono diverse, e hanno una consistenza indubbiamente notevole, sulla quale l'attenzione critica va ancora sollecitata in modo più adeguato. Rappresentano cioè un polo preciso nell'orizzonte assai vivace e articolato della situazione artistica napoletana attuale.

De Tora porta avanti un discorso di dinamismo strutturale, attento alla fenomenologia della forma nel divenire delle sue possibili trasformazioni, anche in questo caso in fondo deponendo a favore di una relatività piuttosto che di un'assolutezza della forma stessa.

Testa e Trapani, con Palamara (qui non presente) hanno fondato un gruppo di “nuovo costruttivisrno” a Napoli nel 1970. Testa da allora elabora un discorso figurale fortemente strutturale di valenza quasi architettonica, attraverso un gioco di proiezione molto rigorose che speculano su una duplice natura di congiunzione spaziale, cioè fra spazialità reale, oggettualmente emergente, e spazialità virtuale figurata. Mentre Trapani pure da allora svolge ricerche di ipotesi di nuove modalità strutturali, in una varietà di configurazioni che mi sembrano rispondere a suggestioni d'ordine psicologico piuttosto pronunciate.

Riccini lavora in modo diverso, attento ai valori della superficie pittorica sia in senso materico sia in senso cromatico, sia direi in senso spaziale (“ tendo ora a dipingere le relazioni tra materiali e procedimenti “, conferma) proponendo valori lirici, verso una pittura testimone come termine ultimo, personalmente sofferto in una ricerca indubbiamente singolare nell'orizzonte di nuova pittura.

La linea di cui parlavo è dunque precisa, ma appunto articolata, e si propone in una consistenza problematica che credo offra sufficienti giustificazioni di una propria specificità culturale, nel senso di essere attenta appunto ad una corrispondenza di fondo - problematica, beninteso, e non data una volta per tutte - ad un patrimonio culturale e antropologico specifico. Il credito che queste proposte si meritano non è soltanto nella qualità e puntualità formale che esibiscono, ma anche, e dal mio punto di vista starei per dire soprattutto, nella correttezza della prospettiva culturale che consapevolmente suggeriscono e seriamente praticano.

TESTO DI ENRICO CRISPOLTI REDATTO PER IL CATALOGO DELLA MOSTRA ITINERANTE “TERRITORIO INDETERMINATO” SVOLTASI IN VARIE SEDI TRA IL 2013 E IL 2014

Una testimonianza nel tempo

 

Ripercorrendo la vicenda creativa di Gianni De Tora, in particolare da quando ho avuto modo di seguirla (metà degli anni Settanta), ritengo che, pur in una motilità di esperienze, di cui le diverse mostre ora programmate potranno dare conto, puntualmente decennio per decennio, piuttosto nettamente appaia evidente come vi prevalga un’intenzione d’affermazione costruttiva. Come dire di sostanziale riconoscimento, al far pittura, di un finale ruolo di possibilità normativa nel confronto con la molteplicità delle affluenti condizioni e circostanze della complessità eventica che individualmente quando collettivamente ci circonda, e che sommariamente indichiamo come “realtà”.

Tuttavia di possibilità normativa non univoca, quale quella tipicamente preminente in una lunga tradizione storica di una “non-figurazione” interamente suppletiva di nozione appunto di realtà, a cominciare dalle esperienze “suprematiste” e “neoplastiche” negli anni Dieci, ma consapevole anche delle recenti esperienze di cinetica formale “programmata”. In quanto invece sollecitazione a un rapporto operativamente di riconoscimento dialettico nell’esperienza fenomenologica appunto del consistere del “reale”. Non a caso allora (dunque appunto a metà dei Settanta, quando ho avuto l’occasione di presentarne, nel 1975, l’opera a Roma, nella sua attualità, rilevata nella rassegna “Napoli. Situazione ‘75”, a Marigliano) De Tora nei titoli dei propri dipinti parlava di “mutazioni”, quali effettivamente proponeva negli incastri dialettici di situazioni formali inscenate allora sulle tele. Infatti potevo annotare che “l’intero dipinto è una sorta di presentazione di mutazioni strutturali continue, come fermate in una tavola d’orientamento”. Quasi a “voler fissare entro un controllo strutturale geometrizzato i termini di una mutazione di natura”, e dunque promulgando l’invito a un prospettiva appunto apertamente dialettica fondata “sul dibattito intimo fra volontà di analogia lirica” e “volontà di geometria costruttiva”.

A distanza mi sembra che la si possa considerare come una condizione chiave intimamente motivante l’operatività pittorica e plastica di De Tora, pur in una notevole motilità di percorso di esperienze, fra struttura, segno, colore, materia. Muovendosi in una linea di “geometria e ricerca” (come era intitolata una significativa aggregazione napoletana variamente propostasi in Italia, fra Como, 1977, e Museo del Sannio, 1980, e alla quale ha dato maggiore consistenza storico-critica Luigi Paolo Finizio nel suo L’immaginario geometrico, IGEI, Napoli, 1979); e arricchendo nel tempo le possibilità d’implicazione espressiva, spingendo infatti quelle sue “mutazioni strutturali continue” al rischio del confronto materico. E sulla prospettiva di tali intenzioni operative De Tora si è mosso con una libertà di percussione della strumentazione formale di volta in volta messa in atto, che all’inizio degli anni Novanta ha fatto parlare Pierre Restany soprattutto di “segnali di grande tensione emotiva” (“Questa pittura coloratissima, esplosiva nella sua vitalità, è un fatto di pura sensibilità: il teatro delle emozioni di Gianni De Tora attore-autore, poeta-pittore”).

Nella seconda metà del secolo scorso, in particolare nei primi decenni, la situazione artistica napoletana ha originalmente vissuto consistenti esperienze di manifestazione di volontà di una riscoperta profonda d’una propria identità, insomma di un autoctono motivato radicamento, capace di assimilarsi a motivazioni nuove del dibattito artistico internazionale (dal Neoconcretismo all’Informale, al New Dada), tuttavia senza omologarvisi ma anzi identitariamente in diversi modi in quel dibattito riproponendosi.

Da una parte, l’esperienza di intenzione di partecipazione a nuove professioni di “modernità” linguistica costruttiva (come è stato nel lavoro del “Gruppo Napoletano Arte Concreta”, a cominciare da Renato Barisani, lungo i primi Cinquanta), in un linguaggio non-figurativo d’ascendente formale geometrico, nell’orizzonte del “concretismo” europeo, ma in una volontà di appropriazione e rifusione progettuale dialetticamente aperta e possibilista nel confronto con la mentalità industriale.

Dall’altra, la prospettiva di uno scavo profondo, in sondaggi d’inconscio psichico e remoti livelli memoriali, di un patrimonio antropologico archetipo tipicamente campano, rivendicato quale modo fondante d’essere attuali nel più largo dibattito. E soltanto dunque attraverso la contrapposizione di una riscattata propria diversità di radici (che è stato il lavoro del “Gruppo 58”, di “Documento Sud”, e di quanto ne è venuto allora, tesaurizzando esperienze d’un dialogo dalla gestualità del “Nuclearismo” informale all’obsoleto oggettuale e materiologico “New Dada”).

Evidentemente la collocazione identitaria dell’operatività di De Tora, pur nella motilità circostanziale che ha animato nei decenni il suo itinerario pittorico, certamente è sul primo versante. E forse si può infine azzardare che in qualche modo partecipi anch’egli di quella volontà di “illuminata chiarezza dei processi del fare”, che, in occasione della mostra al MAN per i suoi novanta, nel 2008 proponevo di riconoscere in Renato Barisani, il grande e propulsivo protagonista della cultura artistica napoletana nel secondo Novecento.

 
Enzo Battarra
ARTICOLO DI ENZO BATTARRA APPARSO SU ''IL DIARIO'' DI CASERTA IL 27 GIUGNO 1980 X RECENSIONE DELLA MOSTRA DEL GRUPPO ''GEOMETRIA E RICERCA'' PRESSO LA GALLERIA ''LINEACONTINUA'' DI CASERTA DAL 14 AL 27 GIUGNO 1980

A LINEACONTINUA un dibattito su geometria e ricerca

 

Oggi, venerdì 27 giugno, con un dibattito nel quale interverranno i critici Matteo D'Ambrosio, Luigi Paolo Finizio e Ciro Ruju, si concluderà l'attività '79 - '80 dell'Associazione Culturale Li- neacontinua.

Tema dell'incontro sarà la mostra (che si chiuderà appunto oggi) del gruppo napoletano ''Geometria e ricerca'', al quale L.P.Finizio ha anche dedicato un volume:«L'immaginario geometrico», edito dall'Istituto Grafico Editoriale Italiano. Nato quattro anni fa, il gruppo «Geometria e ricerca» raccoglie presenze eterogenee, contando nelle sue fila artisti di formazione diversa. Dell'organico attuale fanno parte Renato Barisani, Gianni De Tora, Carmine Di Ruggiero, Riccardo Alfredo Riccìni, Guido Tatafiore, Giuseppe Testa, Riccardo Trapani. Sono tutti artisti ormai affermati, ed alcuni di loro rappresentano dei veri e propri nomi «storici» nell'ambito artistico napoletano; gli altri anagraficamente venuti dopo, sono ugualmente forniti di ottimi curriculum personali, a dimostrazione di un'esperienza già acquisita, come lo dimostrano d'altronde le loro stesse opere, in cui è già maturo l'equilibrio tra forme e colori. Dunque, quell' ''incontro'' generazionale e non, che avremmo potuto ipotizzare, è di riscontro difficile, tale è il processo di omogeneizzazione culturale. Un vero gruppo, quindi, anche se ogni singolo artista mantiene un proprio stile, una propria poetica. Questo ritrovarsi assieme «nel segno della geometria» (volendo usare un'espressione di Filiberto Menna) ha costituito indubbiamente una piattaforma comune di notevole interesse, una base che, se da una parte sembra essere alquanto larga e percorribile secondo gli itinerari più bizzarri, dall'altra non ha provocato dispersione, probabilmente perchè già era chiara l'idea «geometrica» all'intero gruppo. Un 'idea sviluppata e confrontata collettivamente. in modo da rag- giungere una perfetta coesione. Poi nasce dalle esperienze personali che ognuno ha maturato la diversificazione formale tra i sette artisti, facilmente individuabile, una volta «riflette» le opere. Ed è proprio questo diversificarsi formalmente che impreziosisce il lavoro del gruppo e dimostra come non vi sia sacrificio personale a favore del collettivo. In ultima analisi, un gruppo (nello specifico artistico) che salva l'individuo pur rimanendo gruppo è comunque un fatto po- sitivo, soprattutto dal punto di vista concettuale. Poi, se il risultato finale è anche denso di interessi estetici il lavoro in toto va ancor più apprezzato.

ARTICOLO DI ENZO BATTARRA APPARSO SULLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 24.4.1983 X RECENSIONE MOSTRA PERSONALE ALLA GALLERIA STUDIO OGGETTO DI CASERTA NEL 1983

Il cerchio di gesso si spezza. L’antico rigore geometrico viene infranto, grazie a una continua e piacevole rielaborazione di linguaggi pittorici e visivi in genere. L’oltraggio alla geometria viene consumato anche da frammenti letterari riportati sulle tele come epitaffi. Spesso il protagonista è Leonardo, con i suoi scritti intorno alla pittura capaci di fermare il tempo e di dar vita all’inanimato.

Le tele di Gianni De Tora diventano allora luogo della contaminazione cromatica e materica, luogo dell’incendio delle strutture formali e geometriche. Da una tensione verso le forme primarie c’è un continuo slittamento verso i materiali dell’apocalisse. Stratificazioni continue aprono il varco a spessori mentali impregnati di una lucida cultura della forma. Ed il discorso sulla pittura – “De Pictura”- è una costante che si svela di continuo: ogni traccia viene utilizzata da De Tora proprio per arricchire questa indagine estetica, ogni segno è la lettera di un alfabeto esclusivamente visivo. Il colore diviene materia insieme con la tela, con la carta, con il tessuto, con gli specchi, con i frammenti di materiali sintetici e con altro ancora.

Il sogno dell’uomo, imprigionato sulle galassie del futuro, ricade sul ghiaccio di un carcere della memoria. Eppure il gesto, il primo gesto fu inventato da un pittore dell’assoluto. Ciò che va perduto è la filastrocca del tempo che scorre dai rubinetti sterili dell’incanto lunare.

ARTICOLO DI ENZO BATTARRA SU IL GIORNALE DI NAPOLI DEL 6.5.1993 X RECENSIONE MOSTRA PERSONALE ANTOLOGICA AL MUSEO CIVICO DI GALLARATE 1993

Arte – Gianni De Tora : trent'anni di pittura nella mostra antologica alla galleria civica di Gallarate

 

La Civica Galleria di Arte Moderna di Gallarate ha recentemente dedicato una mostra antologica a Gianni De Tora. Una mostra «dovuta» se non altro per il lungo e costante impegno dell'artista napoletano alla ricerca di una scomposizione geometrica che si distaccasse prepotentemente dalle tendenze in corso in questi anni. La sua costante attenzione alla serialità gli ha permesso di integrare la propria pittura con quei segni che oggi caratterizzano le superfici e i campi geometrici delle sue opere.

Ma veniamo al percorso antologico, dal 1962 al 1992, proposto dagli organizzatori, un percorso che abbraccia l'intera carriera artistica di De Tora.

Sicuramente le esperienze iniziali degli anni '60 mostrano una natura molteplice che va da una figurazione espressionistica ad una pittura informale di tipo più materico: le scomposizioni di corpi e di oggetti si tingono di pastose integrazioni che rivelano anche un'approfondita conoscenza del materiale colore e della sua efficacia nel controllare lo spazio.

Esperienza che sicuramente tornerà utile negli anni della ricerca più propriamente geometrica fondata essenzialmente sui canoni della teoria del colore.

La eco della pop art americana raggiunge Napoli verso la fine di questi anni e sono molti gli artisti che ne reinterpretano, in chiave «popolare», i collegamenti e le forti connessioni con un sociale in trasformazione: nascono i gruppi, le riviste sperimentali che trovano in Luca (Luigi Castellano) uno dei maggiori teorici del movimento napoletano. Momenti di grande fermento entro cui fioriscono notevoli personalità artistiche ognuna, però, con una sua precisa identità e volontà d'intervento.

Anche per De Tora il pop rappresenta un momento estremamente importante per ritrovare le fila di un discorso intrecciatosi, senza particolari sbocchi, nell'informale «spinosiano» tanto di moda in quegli anni. E' una protesta poderosa e dai contorni sociali di grande impegno e intensità che permette ad un'intera generazione di pittori di prendere le distanze da una pittura "eletta" per calarsi senza vincoli nelle più atroci espressioni di un malessere napoletano. Gli anni '70 simboleggiano sicuramente per De Tora il momento di riflessione più intenso: la sua pittura si «congela» perdendo gran parte della forte componente pop per intraprendere il cammino del concettuale geometrico.

E' una svolta che lo contraddistinguerà per tutti gli anni successivi nel suo intenso scandagliare la forma matematica in un susseguirsi di interventi e ripensamenti alla ricerca della vera struttura. Dapprima con il bianco e nero e successivamente con il colore, triangoli, quadrati e circonferenze sono sostituiti dalla forma ovoidale, così come subiscono l'infinito sdoppiamento seriale e sequenziale per consentirgli un sondaggio accurato dello spazio dentro e ai margini dell'opera stessa.

Le attività del gruppo «Geometria e ricerca», nato nel '76, portano l'artista allo scandaglio dell' elemento colore e delle sue ferree leggi percettive, trasformandolo in oggetto della speculazione pur restando l'unico protagonista materiale dell'opera.

«Per quasi un decennio l'arte di questo pittore - scrive in catalogo il direttore della Civica Galleria d'Arte Moderna Silvio Zanella - è speculazione mentale, tuttavia sempre riscaldata dagli slanci lirici del suo animo che riscopre ed esalta sia l'intensità magico primordiale e sacrale delle strutture geometriche elementari - il triangolo, il quadrato, il cerchio, l' «ovo» - sia la vitale e miracolosa nascita, nell'opera stessa, della luce solare per opera dei colori primari - bleu, rosso, giallo -. Per quasi un decennio De Tora ci propone sempre nuovi racconti di ritmi, di geometrie, di cromatismi, di strutture, di armonie programmate, calcolate e perfette».

Ma la ricerca di De Tora va oltre e negli anni '80 gli spazi geometrici si riempiono di segni, di cancellazioni, di parole, di materia, in un lungo colloquio con se stesso e con una pittura che fino ad allora aveva cercato di dominare sotto le perfette campiture di colore.

E la sua ultima produzione offre senza timori il netto ritorno alla pennellata più libera, anche se definita in strutture geometriche espansibili e dai contorni ormai rosi dall'intervento dell'uomo.

«Ma il passaggio registrato - scrive Matteo D'Ambrosio in presentazione al catalogo della mostra - non ridimensiona l'aspetto laboratoriale, e l'estro compositivo non ha perso il gusto dell'inoltrarsi sul filo che unisce, in una dialettica inseparabilità, le polarità dell'ordine e del caso, della norma e dell'effrazione, del modello e dello scarto».

Ma Gianni De Tora durante il suo lungo percorso di ricerca non ha mai tralasciato, neanche per un istante nella voluta solitudine del suo studio, quell'attenzione al sociale che già lo vide protagonista negli anni '60 e che gli ha consentito di esplorare le impressioni più insite dell'uomo attraverso un mirino preciso ed infallibile quale si è rivelato il suo geometrismo «condizionante».

ARTICOLO DI ENZO BATTARRA APPARSO SUL QUOTIDIANO ''IL GIORNALE DI NAPOLI'' DEL 6.1.1996 X RECENSIONE DELLA MOSTRA ''GEOMETRIA E RICERCA 1975-1980 '' RICOGNIZIONE DEL GRUPPO A CURA DI MARIANTONIETTA PICONE PETRUSA ALL'ISTITUTO SUOR ORSOLA BENINCASA DI NAPOLI DALL'8 AL 28 GENNAIO 1996

Arte. Immaginario geometrico: parlano Renato Barisani e Gianni De Tora

CERCHIO DI UNA RIVOLUZIONE

'' Credo non sia vano in questa occasione dedicare esclusivamente l'attenzione a una specifica area espressiva nel ben noto e più volte commentato quadro storico della cultura figurativa napoletana del secondo dopoguerra: l'area dell'astrattismo geometrico'': così esordiva il critico e storico dell'arte Luigi Paolo Finizio nel suo testo introduttivo pubblicato sul volume «L'immaginario geo- metrico», edito a Napoli nel 1979 dall'Istituto grafico editoriale italiano. Il libro era interamente dedicato al gruppo «Geometria e ricerca», formatosi a Napoli nel 1976. Vi aderivano Renato Bari- sani, Gianni De Tora, Carmine Di Ruggiero, Riccardo Alfredo Riccini, Guido Tatafiore, Giuseppe Testa e Riccardo Trapani. Nel 1980 l'attività del gruppo si esaurì. A venti anni di distanza dalla costituzione di quel movimento artistico, l'Istituto Suor Orsola Benincasa dedica, lunedì 8 gennaio, una mostra e una ta- vola rotonda agli astrattisti partenopei.

Il convegno, previsto per le 17.30, sarà presieduto dal direttore dell'Istituto Francesco De Sanctis e vedrà gli interventi di Enrico Crispolti, Gillo Dorfles, Luigi Paolo Finizio, Mariantonietta Picone e Angelo Trimarco. La mostra si inaugurerà alle 19. «L'astrazione geometrica - sostiene Renato Barisani, nume tutelare del gruppo - ha sempre avuto la vita difficile in una città come Napoli. Questa scelta espressiva è lontana dalla visione partenopea della vita, quindi è sempre stata avvertita poco dai napoletani». E' vero. L'incidenza di una linea razionale dell'arte ha specifiche difficoltà di vita nella cultura partenopea. Eppure, il gruppo «Geometria e ricerca» nasceva in città riprendendo e modificando la tradizione astrattista comunque radicata a Napoli fin dagli anni del secondo dopoguerra. Il geometrismo del gruppo,
inoltre, era lontano tanto dal modello del Bauhaus quanto da Mondrian, attingendo a un istinto ludico di marca dada e duchampiana, non disgiunto, però, da una linea di ricerca analitica e cognitiva che consente di accostarlo alle istanze concettuali. «In pratica la mostra che si inaugura lunedì al Suor Orsola Benincasa - prosegue Renato Barisani - non è altro che la storicizzazione del movimento ed è stata voluta e organizzata dalla Picone. La prima mostra del gruppo fu a Napoli, all' Arte Studio Ganzerli, nel '76. Ne seguirono tante: al Museo del Sannio a Benevento, con presentazione di Filiberto Menna, alla Galleria del Fiume a Roma, testo di Enrico Crispolti, e ancora a Firenze, Bergamo, Como, Bologna, Caserta. Nonostante questo, a Napoli "Geometria Ricerca" resta quasi sconosciuta. Ecco la necessità di storicizzarla anche nella nostra città. Pertanto, in questa mostra ci saranno manifesti e articoli inerenti l'attività del gruppo, scioltosi poi nell'80 per una sorta di stanchezza intervenuta all'interno della ricerca di ognuno di noi».

Ma come nasceva il gruppo? E' lo stesso Barisani a puntualizzare: «Posso dire che Tatafiore ed io ne siamo stati i precursori. Entrambi avevamo aderito al Mac (Movimento arte concreta) fin dalle prime fasi negli anni '50. "Geometria e Ricerca" è la conseguenza del Mac e della ricerca neocostruttivista». E a proposito del gruppo «Geometria e Ricerca» così scriveva Enrico Crispolti nel 1977 nel presentare la mostra alla galleria «Il Salotto» di Como: «La linea di lavoro che questa mostra documenta va letta nello sforzo di fondare una specificità di ricerca nell'ordine di analisi di strutture astratte, nel senso - implicito almeno - di una risposta culturale connessa a tale condizione e alla problematica specifica, direi, persino in qualità antropologica, di un territorio culturale e geografico». Il problema del territorio ricorre, quindi, nei temi di «Geometria Ricerca», un territorio - quello napoletano -non sempre disponibile ad accettare l'astrazione. «Il gruppo - chiarisce Gianni De Tora, artista tuttora impegnato nel campo della ricerca astratto-geometrica - si poneva una preoccupazione: quella di capire la propria incidenza culturale sul territorio. In realtà ci costituimmo in movimento per un'esigenza di scelte linguistiche. Ognuno di noi, per conto proprio, portava nel suo studio una ricerca simile sull'astrazione geometrica. In effetti la finalità del gruppo diventò quella di operare un rinnovamento della visione, pur volendo rimanere legato a una caratte- rizzazione partenopea. A Napoli negli anni '70 era ancora molto presente la componente folklorica, il ricordo romantico della città come cartolina, l'immagine oleografica. "Geometria e Ricerca" voleva liberare questa visione e andare oltre, ponendosi come contrasto con questi stilemi, stabilendo comunque dei presupposti che fossero interni alla cultura partenopea ma che guardassero ai movimenti internazionali». Perché nel 1980 il gruppo concluse la propria esperienza? E' De Tora a chiarirlo: «Proprio nell'80 si era deciso, da parte delle forze culturali napoletane, di raccogliere il lavoro da "Geometria e Ricerca" e fare una grande mostra. Il terremoto non consentì la realizzazione del progetto. Inoltre, Tatafiore morì per le conseguenze del sisma. E il gruppo si sfaldò».

TESTO DI ENZO BATTARRA PRESENTE SUL CATALOGO DELLA MOSTRA ITINERANTE DEDICATA AL MAESTRO DE TORA “TERRITORIO INDETERMINATO” SVOLTASI IN VARIE SEDI TRA IL 2013 E IL 2014

UNO STRAORDINARIO VIAGGIO ALL’INTERNO DELL’ASTRAZIONE

Il rapporto che Gianni De Tora ebbe negli anni Ottanta con Caserta fu intenso e le sue presenze, così come oggi i ricordi, s’intrecciano con le pagine d’arte più importanti non solo di questo territorio, ma dell’intera vicenda nazionale, e s’intrecciano anche con i nostri percorsi personali. È bello leggere la storia dell’arte da un’angolazione particolare, ponendosi in una periferia attiva come quella casertana e ricostruire le mutazioni sopravvenute a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, con le ripercussioni propagatesi come un’onda sismica in maniera centrifuga, raggiungendo i vari territori culturali esterni.De Tora era nato proprio a Caserta nel 1941. La sua presenza in città si limitò ai soli anni dell’infanzia. Di certo fu proprio con il Palazzo Reale vanvitelliano che l’artista ebbe una sua frequentazione. E i ricordi dei suoi primi anni di vita erano legati soprattutto alla Reggia.Il 14 giugno 1980 si inaugura a Caserta la mostra di Geometria e Ricerca all’associazione culturale Lineacontinua, in via Colombo 16. Questo luogo ha significato il punto di raccordo di varie generazioni della intellettualità casertana, spazio dedicato dal suo fondatore, l’eclettico Armando Napoletano, alla ricerca artistica. Infatti, non a caso Enzo Di Grazia, il critico curatore delle attività, organizzò uno dei primi incontri proprio con Enrico Crispolti, lo storico dell’arte che, realizzando per la Biennale di Venezia la sezione italiana “Ambiente come sociale” nell’edizione del 1976 e una parte di “Natura praticata” nel 1978, dette all’arte una forte istanza sociale. Bene, dal ’76 all’80 Lineacontinua aveva rappresentato il luogo dell’incontro, lo “spazio praticabile”. Ma proprio a novembre del ‘79 l’ondata travolgente della Transavanguardia di Achille Bonito Oliva iniziò a segnare un nuovo corso nell’arte, superando il concetto di “arte nel sociale”. Geometria e Ricerca entra così a giugno del 1980 nel cenacolo della rivoluzione incompiuta, ma dove è maturata anche la consapevolezza del rinnovamento dei tempi, dell’incedere della politica del “riflusso”. Tant’è vero che pochi mesi prima della mostra di G&R ci fu un seminario con Bonito Oliva nell’ipotesi di una programmazione artistica “Caserta ‘80”.Fu in occasione della mostra di Geometria e Ricerca che conobbi Gianni De Tora, alla sua prima esposizione a Caserta, città natale. Era con il gruppo che lui stesso aveva fondato insieme con Barisani, Di Ruggiero, Tatafiore, Riccini, Testa e Trapani. A conclusione del periodo espositivo toccò a me introdurre il dibattito che vide gli interventi di Matteo D’Ambrosio, Luigi Paolo Finizio e Ciro Ruyu. In realtà la mostra del gruppo astrattista napoletano chiudeva a Lineacontinua un’epoca fatta di esplicito impegno civile e ne apriva un’altra di meditazione pittorica. Infatti, in quegli anni, proprio perché con la transavanguardia di Bonito Oliva, ma anche con i “nuovi nuovi” di Renato Barilli e la “nuova immagine” di Flavio Caroli, si andava rivalutando e di nuovo affermando il ritorno dell’artista alla produzione da studio, ecco che rinasce a Caserta lo Studio Oggetto, la galleria che Massimo De Simone aveva fondato con Lucio Amelio ed Enzo Cannaviello alla fine degli anni Sessanta e aveva condotto fino alla metà degli anni Settanta, portandola ad alti livelli nazionali. La sede dello Studio Oggetto in un palazzo storico di via Redentore, ma con i balconi sulla via Mazzini, la strada del passeggio casertano, era di un fascino straordinario, con una grande sala di altezza considerevole, dal soffitto affrescato. De Simone si avvalse sin dall’inizio della mia collaborazione, cui si affiancò nel tempo anche quella del critico napoletano Gerardo Pedicini. Tra di noi nacque l’idea di ospitare una mostra personale di Gianni De Tora e si decise di affidare il testo di presentazione al critico Carmine Benincasa, in quegli anni importante punto di riferimento nazionale. Era il 1983 e Gianni realizzò un’esposizione straordinaria. Sarà stato lo stesso spazio della galleria, così caratterizzato dal dipinto della volta, ma anche con le sue geometrie e i suoi volumi architettonici, a sollecitare in Gianni la realizzazione di un allestimento che valorizzò ancor più il nuovo corso delle sue opere, di certo la mostra di De Tora fu perfetta. Con la sua precisione, per non dire con la sua meticolosità, l’artista realizzò un’esposizione che definiremmo oggi “site-specific”, ma che all’epoca avremmo detto che era nata per essere vista in quello spazio. La magica geometria di Gianni De Tora si lasciava sedurre da riferimenti colti e al tempo stesso logici, la “cosa mentale” era una pittura dipinta con il cuore. Così, il colore conosceva il gusto della trasgressione, le immagini si popolavano di segni in libertà, di cancellazioni, di annotazioni scritte, di materia. Erano gli anni Ottanta e l’artista li interpretava nella maniera più attuale ma anche più propria. Era la nuova tappa di uno straordinario viaggio all’interno dell’astrazione.

ARTICOLO DI ENZO BATTARRA SU ''IL GIORNALE DELL'ARTE'' NUMERO DI DICEMBRE 2015/GENNAIO 2016 PER RECENSIRE LA MOSTRA ''ARS FELIX. GLI ANNI SETTANTA ALL'OMBRA DELLA REGGIA'' SVOLTASI A CASAPESENNA (CE) DAL 24 OTT.2015 AL 24 GENNAIO 2016

NEL BUNKER DEL BOSS CAMORRISTA - Gli artisti di Terra di Lavoro in uno dei 138 beni gestiti da Agrorinasce - CASAPESENNA (CE)

 

Gli artisti di Terra di lavoro, stanchi di vivere ai margini di ciò che accade a Napoli cominciarono dalla fine degli anni Sessanta e in maniera più compiuta e consapevole nei Settanta, a interessarsi a tematiche sociali, politiche ed economiche. Il loro tessere di provincia, avvertito da alcuni come una condizione di svantaggio, diventò il movente di quello che la critica considera il loro periodo di massima effervescenza artistica: una fase di vivacità creativa e visionaria, caratterizzata da uno sguardo attento e curioso a ciò che accadeva al di fuori dei confini regionali e nazionali. Sono gli anni in cui si superarono gi spazi c1assici della fruizione estetica (come gallerie, centri d’arte e musei), la dimensione individuale dell’artista (per esempio con la nascita dei ''collettivi''), il rapporto tra operatori e osservatore, tra rea1tà estetica e sociale. A questo decennio l’agenzia per l’innovazione, lo sviluppo e la sicurezza del territorio Agrorinasce e la Sun, Seconda Università di Napoli, dedicano la mostra ''Ars Felix. Gli anni Settanta all’ombra della Reggia'', inaugurata lo scorso 24 ottobre nel Centro di aggregazione per l'arte e la cultura di Casapesenna, curata dal critico e storico dell’arte Luca Palermo, con il contributo di un comitato coordinato da Gaia Salvatori, docente di Stotia dell'arte contemporanea, e composto da Rosanna Cioffi, prorettrice vicaria della Sun, dal critico Giorgio Agnisola e dall’operatore del settore Gennaro Stanislao. Visitabile fino al 24 gennaio e sorretta da una sezione documentale, la mostra comprende opere di Aldo Ribattezzato, Alessandro Del Gaudio, Andrea Sparaco, Antonello Tagliafierro, Antonio de Core, Attilio Del Giudice, Bruno Donzelli, Carlo Riccio, Crescenzo Del Vecchio, Gabrieie Marino, Gianni De Tora, Giovanni Tariello, Livio Marino Atellano, Lorenzo Riviello, Luigi Castellano, Mafonso, Mario Persico, Mimmo Paladino, Paolo Ventriglia, Peppe Ferraro, Raffaele Bova, Renato Barisani, Riccardo Dalisi, Rino Telaro e Salvatore Di Vilio.

''Gli artisti, le opere, i documenti, alcuni inediti, spiega Palermo, vogliono restituire l'energia artistica e culturale di quegli anni e far emergere la capacità del territorio di fungere da attrattore per artisti provenienti dal resto d’Italia''. L’esposizione risponde al contempo sia alla sete di arte sia a quella di legalità. ''La mostra, rivela Giovanni Allucci, amministratore delegato di Agrorinasce, è allestita nell'ex villa Bunker di Luigi Venosa boss del clan di Casal di Principe. Il centro, uno dei 138 beni confiscati che amministriamo, é stato assegnato in gestione all'Associazione '' Terra Nuova '', dedicato a Pasquale Miele e ad Antonio Di Bona , vittime innocenti della camorra. Agrorinasce è convinta che i beni confiscati non siano solo il segno della vittoria dello Stato sulla criminalità e che non sia possibile ridurli a mero strumento di propaganda. Sono piuttosto una risorsa, una fonte di conoscenza, di reddito sano, di scambio e di crescita''.

 
Eugenia Serafini
TESTO DI EUGENIA SERAFINI SUL CATALOGO DELLA MOSTRA PERSONALE ALL' “ARTECOM” DI ROMA - 1975

Perchè De Tora all'ARTE COM

 

De Tora all'ARTECOM continua e conferma il discorso estetico intrapreso da una associazione che, nata dall'iniziativa di un gruppo di artisti, studiosi di storia dell'arte, architetti, si è posta come elemento di frattura e di alternativa nei confronti dei tradizionali canali informativi e culturali.

Autogestita, non monopolizzata, aperta alle sollecitazioni della cultura e della società contemporanee, L'ARTECOM lotta per un giusto inserimento degli operatori estetici nella loro vera funzione sociale e culturale, intesa come apporto e ricezione nei confronti delle masse e non dogmatica donazione di un "bene” tanto incomprensibile e alieno dall'habitat delle stesse, quanto monopolizzato e commercialmente montato dalla speculazione.

L'ARTECOM lotta dunque per una funzione sociale dell'arte e degli operatori estetici, contro una cultura di élite, contro l'ipervalutazione del fatto estetico, contro la gentiliana mitizzazione dell'artista-genio e sregolatezza.

L'ARTECOM non è una galleria di tendenza; e non pratica perciò inaccettabili chiusure estetiche: il suo lavoro è di confronto, di dialettica, di progresso. Progresso estetico. E Gianni De Tora è progresso estetico.

De Tora è stato raggiunto attraverso la "Ricerca ARTECOM” (mostra concorso) uno dei mezzi dei quali ci serviamo per entrare in contatto con operatori validi altrimenti difficilmente raggiungibili. La sua scelta è il risultato di un'azione dialettica portata avanti da tre anni e, forse soprattutto, il frutto di una selezione autogestita, sperimentazione e verifica perchè l'arte torni ai legittimi proprietari.

DALL'ARTICOLO APPARSO SULLA RIVISTA QUADRIMESTRALE ''ARTE NUOVA OGGI'' DI JESI ANNO V N.1-2 DEL GENNAIO/APRILE 1975 X RECENSIRE LA X° QUADRIENNALE D'ARTE DI ROMA - APRILE 1975

A Roma – Serve a qualche cosa la Quadriennale?

 

Abbiamo visitato questa IV sezione della Quadriennale il giorno stesso dell'inaugurazione.......

Nella sala cinque fra pedisseque imitazioni di un linguaggio artistico ormai sorpassato (Turcato, Pollock) spiccano le sculture di Mauro Berrettini, dalle forme tondeggianti realizzate in marmo. Buona la sala 6 con Felice Barone le cui ricerche sono di ispirazione cinetica, Lorenzo Merlanti, un giovane barese dalla chiara visione compositiva e cromatica che si esprime in moduli geometrici, E. Indaco che però risente troppo degli insegnamenti di Piero D'Orazio.

Nelle due sale seguenti spiccano le opere di C. Solazzi, in plastica, che si propongono per la ricerca spaziale e cromatica realizzata con un linguaggio serio e rigoroso. De Tora è senz'altro una delle presenze più significative: segnalatosi già fra i vincitori dell'ultima edizione della « Ricerca Artecom» ha ottenuto ora meritatamente questo nuovo riconoscimento. De Tora interviene su figure geometriche (rombo, cerchio ecc.), sviluppandone le componenti e le eventuali variazioni; la stesura del colore è accurata, rigorosa la composizione [.......]

 
Filiberto Menna
DALL'ARTICOLO DI FILIBERTO MENNA APPARSO SUL QUOTIDIANO '' IL MATTINO'' DEL 28 OTTOBRE 1966 X RECENSIRE LA COLLETTIVA DEGLI ARTISTI ADERENTI ALLA CGIL DI NAPOLI '' 2° RASSEGNA NAPOLI-CAMPANIA'' PRESSO IL PADIGLIONE POMPEIANO DELLA VILLA COMUNALE A NAPOLI DAL 15 AL 30 OTTOBRE 1966

La ''Seconda Rassegna Napoli – Campania'' - Una mostra a carattere sindacale con i limiti di manifestazioni del genere ma non priva di interessanti indicazioni- Le principali tendenze rappresentate

“[…...] C'è poi un gruppo di gìovani (e meno giovani) che mostra invece una volontà precisa di inserirsi in un discorso più aderente ai problemi espressivi attuali: si tratta per lo più di pittori operanti all' interno delle correnti della nuova figurazione di cui ripercorrono il cammino a partire dalle radici informali e in particolare da quelle derivanti dall'opera del pittore americano Gorky: la nuova figurazione degli artisti napoletani presenta perciò una chiara impronta organicista e in qualche caso assume più precisi riferimenti alla realtà esterna ìnvestendoli però di una carica emblematica e di suggestione magica. […..] Gianni De Tora, […...] sono appunto alcuni degli artisti che si muovono in questa direzione con esiti diversi, probabilmente ancora problematici e discontinui, ma certamente degni di attenzione non fosse altro per il contenuto culturale che essi portano con sé [.....]“

TESTO DI FILIBERTO MENNA APPARSO SULLA RIVISTA “PROPOSTA” DI BENEVENTO X RECENSIONE MOSTRA DEL GRUPPO ''GEOMETRIA E RICERCA ''A BENEVENTO MUSEO DEL SANNIO DAL 15.4 AL 31.5 1980

NEL SEGNO DELLA GEOMETRIA

PREFAZIONE ALLA RASSEGNA IN ATTO AL MUSEO DEL SANNIO DAL 15 APRILE AL 31 MAGGIO 1980

 

Il gruppo Geometria e ricerca, presente in questa mostra, si è costituito a Napoli nel 1976. La sua nascita è legata all'incontro di artisti di diverse generazioni: Barisani e Tatafiore, i più anziani, hanno vissuto le vicende del dopoguerra e contribuito in maniera determinante al rinnovamento artistico napoletano; Di Ruggiero è stato uno dei protagonisti della ricerca artistica a Napoli soprattutto negli anni sessanta; Testa, Trapani, De Tora e Riccini hanno tutti cominciato a dare prove rilevanti nel decennio successivo.

L'incontro di questi artisti è avvenuto sotto il segno della geometria, che è un segno importante nella cultura artistica napoletana. Non è un caso, del resto, che del gruppo facciano parte Barisani e Tatafiore che insieme a De Fusco e Venditti costituirono a Napoli il «gruppo di Arte concreta» in stretto collegamento con le ricerche affini portate avanti a Milano, a Roma, a Genova e a Torino alla fine degli anni quaranta. La lezione concretista non si è mai del tutto spenta, a Napoli. Allora essa rappresentò un modo radicale di liberarsi del peso ingombrante di una tradizione che rimaneva naturalistica anche nelle forme apparentemente più aggiornate; fu soprattutto una risposta immediata ad un bisogno di nettezza e alla esigenza di ricominciare da capo il discorso della pittura e della scultura.

In seguito la ricerca geometrica napoletana si è intrecciata con altri fatti maturati in Italia, quali le esperienze neo-concretiste e le indagini compiute dagli artisti nel campo delle strutture della visione. All'intero complesso dell'area geometria e ricerca L. P. Finizio ha dedicato di recente uno studio accurato recante il titolo 'L'immaginario geometrico': l'analisi dell'opera del gruppo è stata, infatti, per l'autore l'occasione per rivisitare criticamente una linea dell'arte napoletana in stretta connessione con le vicende artistiche italiane e internazionali. Singolare, senza dubbio, il titolo del libro, rinforzato da una epigrafe rappresentata da una frase di Breton dedicata a un'opera di Duchamp: «Il regalo di Duchamp per il compleanno della sorella, che consisteva nel sospendere ai quattro angoli del balcone di costei un libro di geometria aperto per farne lo zimbello delle stagioni ...»,

Certamente, l'immaginario come fattore portante della esperienza artistica, è un termine di riferimento importante nella cultura napoletana: basti pensare alla poetica del Gruppo 58 e ai temi affrontati dalla rivista Documento Sud, ossia ad una ricerca tesa allo scandaglio della storia passata e presente della città e alla restituzione dei contenuti immaginari, fantastici, mitici, di questa storia attraverso una messa a punto linguistica ricca di umori simbolici e fabulatori. E non sono mancati, per giunta, tentativi di riunire insieme le istanze di questi due momenti della cultura napoletana, come è accaduto con l'opera di Del Pezzo , in cui geometria e immaginario sono stati supporti determinanti.

Ma mi chiedo se la ricerca degli artisti del gruppo presente in questa mostra a Benevento possa essere letta in questa chiave o non sia più esatto interpretarla come una indagine analitica interessata soprattutto a una riflessione sull'arte e sul linguaggio dell'arte. Questa componente critica, metalinguistica, mi pare certamente dominante nell'opera di Barisani, un artista sempre attento ai problemi di linguaggio con una partecipazione vigile e tempestiva. Per questa ragione lo avevo definito, in uno dei miei interventi sulla sua opera, con l'aggettivo sperimentale. Anche il discorso di Di Ruggiero mi sembra ancora oggi rivolto ad una definizione del quadro in termini di struttura, ossia come un insieme di elementi discreti e finiti collegati da reciproche dipendenze interne; di nuovo indicherei un più marcato accento posto sull'impatto cromatico e sull'assetto dinamico dei piani di cui vengono sottolineati le compenetrazioni e gli slittamenti. Il momento analitico mi sembra ancora più determinante nell'opera di Riccini attento ad una messa in evidenza dei dati elementari della pittura, dalla superficie-supporto fino alle stesse componenti iconiche. Testa compie, anche lui, un'analisi dell'opera in chiave di struttura a due e tre dimensioni con un'enfasi particolare portata sui problemi della visione e sull'ambiguità illusionistica. Problemi di serialità sono al centro della ricerca di De Tora a partire dalla individuazione di elementi semplici di base e con la successiva ricomposizione dei dati su fondamenti essenzialmente sintattici di tipo trasformativo. Evidente mi sembra poi l'impianto neo-costruttivista delle composizioni geometriche di Trapani in cui domina una componente oggettuale sottratta, comunque, ad ogni tentazione fabulatoria e impiegata come strumento di analisi spaziale. Nelle opere recenti di Tatafiore, infine, permane la struttura geometrica, come elemento strutturale portante, ma l'impiego di materiali linguistico-verbali sposta l'accento sul piano delle definizioni e dei lemmi con una particolare caratteristica di ordine mentale. Il più delle volte, tuttavia, l'impianto geometrico e l'impiego del colore, nelle forme di terse e squillanti stesure, fanno valere i loro diritti coinvolgendo la stessa scrittura in un insieme dal forte impatto percettivo.

 
Floriana Causa
ARTICOLO DI FLORIANA CAUSA APPARSO SUL QUOTIDIANO ''NAPOLI OGGI' DEL 22/29 NOVEMBRE 1984 PER RECENSIRE LA MOSTRA COLLETTIVA '' DE ACQUERELLO'' PRESSO LA GALLERIA ''A COME ARTE'' DI NAPOLI DAL 13 AL 23 NOVEMBRE 1984

Venti acquerelli per la collettiva organizzata alla galleria ''A come Arte''

Geometrie per Barisani e giochi di luce con Spinosa

«De acquerello» è il singolare titolo della mostra collettiva che si è inaugurata il 13 novembre alla Galleria «A come Arte» di vico Ischitella. Vi sono esposti, infatti, venti acquerelli di Spinosa, Barisani, De Tora, Leone, Accarrino, Coppola, De Falco, Faletra, Forgione, Ruotolo. La tecnica dell'acquerello trova in alcuni di questi artisti napoletani, conosciuti anche come pittori ad olio e
scultori, un momento non di enfasi e di eloquenza espressiva ma, al contrario, una sorta di ripiegamento e di meditazione, come dire una pausa di riflessione all'interno del loro percorso stilistico. Questa sensazione viene suggerita dai due pendants di Renato Barisani, che occupano il posto più prestigioso nella mostra e sono datati 1959. È questo l'anno di presentazione di un'importante mostra personale di Barisani a Roma: sempre nuove tecniche miste, sempre più largo impiego di materiali vari ed antitradizionali come il legno, il cemento, il tufo, la sabbia, i ciottoli. Ma contemporaneamente al desiderio di voler riproporre la resa autentica e le parvenze naturali di lave e intonaci della terra vesuviana, Barisani dovette sentire l'esigenza di verificare queste istanze anche nella più tradizionale sede pittorica, quella dell'acquerello. La stessa incontrollata causalità della opere «materiche» si ritrova così nei due acquerelli esposti in questa collettiva, in cui si raggiunge quella compiutezza formale e decorativa, dove il vivace gioco dei cromatismi e delle geometrie contrapposte rappresenta un momento di distensione, dopo l'avventura espressionistica dell'ispirazione informale e materica. Accanto a questi due acquerelli di Barisani fanno spicco due opere della più recente produzione di Domenico Spinosa, ambedue datate 1980. È tipico della produzione di Domenico Spinosa, che dipinge ormai da più di cinquant'anni, di erodere, graffiare, incidere il colore steso sul supporto, che sia la tela o il foglio di carta. È l'eredità di un'adesione più o meno fedele all'arte informale nell'ambito di una abbastanza diffusa tendenza napoletana del secondo dopoguerra, di cui Spinosa si avvale per un'esercitazione diversa e personale sui modelli cubisti. Ne sortiscono alcuni caratteri essenziali e tipici dello stile di Spinosa, che conserva col passare degli anni il gusto della materia e del segno. Segno inciso nel colore che crea diverse modulazioni cromatiche e giochi di luce. Una tecnica espressiva quanto mai efficace, resa ancora più evidente e comprensibile dalla carta bianca che si intravede sotto i colori dell'acquerello. De Tora, invece, espone in questa collettiva due piccoli e preziosi fogli conservati come rare miniature tra due vetri incorniciati. La ricerca astratta si fa amore di ordine e di geometria e sconfina nell'allusione a segni calligrafici e geroglifici. Il colore ad acqua acquista, in forza del piccolissimo formato e delle linee dorate dei contorni, un'inattesa condensata vivacità.

ARTICOLO DI FLORIANA CAUSA DEL 1985 APPARSO SUL QUOTIDIANO NAPOLI OGGI E RIPROPOSTO NEL VOLUME DEDICATO ALLA GIORNALISTA “PER PIACERE NON RICOLLOCARE...” ED. ARTI TIPOGRAFICHE NEL 2003

TEORIE E PENSIERI DEL GRANDE LEONARDO DA VINCI É IL SEGRETO DEI DIPINTI FIRMATI DE TORA

 

Il suo studio è in via Nicolardi. Gianni De Tora ora è ad una svolta della sua attività. Nei suoi quadri geometria ed immaginazione dispiegano un inatteso protagonismo. Le tre figure geometriche piane — il cerchio, il triangolo ed il quadrato — costituiscono i temi principali di una decorazione intesa in senso moderno. La pittura di De Tora diventa attuale grazie ad un’apertura vaga verso una raffigurazione astratta che conserva pochi elementi tradizionali (decontestualizzati tuttavia e riproposti in forme anticonvenzionali). L’oro, per esempio, usato per secoli in pittura come simbolo di trascendenza religiosa, è impiegato quasi costantemente « per la sua valenza storica ed emozionale » afferma Gianni De Tora, « ma anche come uno dei tanti elementi cromatici, ancora più efficaci per la straordinaria qualità di rimandare la luce assorbita », Si cimenta ora nell’acquerello, in piccoli divertìssements miniaturistici, dove l’iterazione della figura geometrica non è più così nitida e regolare come negli anni passati (il felice momento del cosiddetto ciclo delle riflessioni); non si fa esigenza totale di razionalità matematica, risolta nella scansione di multipli e sottomultipli della stessa figura, ma è soltanto una griglia, entro cui inserire nuovi, e affatto inediti, rapporti forma-colore. L'analisi della struttura geometrica, il campo d'indagine totale di Gianni De Tora è stata affiancata, infatti, da un nuovo promettente interesse per il colore e per i contenuti propriamente pittorici dell’arte.

Sintomo di queste riflessioni è una sequenza di innumerevoli piccole opere, a metà tra il concettuale, l’informale e la pop-art. Questo ciclo appartiene agli anni ’81-’82 e si intitola: Supporti frammentati. Riprendendo un idolo polemico ormai tradizionale, anche Gianni De Tora ha posto in discussione l’istituzione del quadro. « Frammentare il supporto (la tela) significa mettere in crisi la nozione di quadro finito» — afferma De Tora —« Le mie opere sono episodi che non pretendono di avere un principio ed una fine. Io frammento il supporto dalle immagini, inserendo vari materiali (pezzetti di tela o di carta) e trascrivo pensieri del Codice Pittorico di Leonardo ».

Da questo momento di ricerca e di rimeditazione l’attività piu recente, che offre risultati di compiuto effetto decorativo e che, pur restando nel solco delle forme geometriche, si rinnova continuamente in forza di una profonda cultura semiologica, rivolta essenzialmente ad effetti bidimensionali astratti. De Tora utilizza simboli delle antiche civiltà mediterranee — segni primari come quelli della vita, della morte, della procreazione, dell’uomo, della donna — che, per il loro carattere spiccatamente sintetico, gli consentono un delicato gioco di segni e colori, impreziosito dall’impalpabile tecnica ad acqua.

 

21 febbraio 1985

 
Franco Cipriano
TESTO DI FRANCO CIPRIANO APPARSO SUL PIEGHEVOLE DELLA MOSTRA COLLETTIVA '' IL CANTO E LA LEGGE'' SVOLTASI PRESSO LO SPAZIO ZERO11- LICEO ARTISTICO STATALE G.DE CHIRICO DI TORRE ANNUNZIATA (NA) DAL 3 AL 24 APRILE 2014

Nel tempo, oltre il tempo

 

Nei linguaggi dell'arte si formano e deformano percorsi, si trasformano nel ri-formarsi, in un labirintico incrociarsi di sentieri della ricerca in opera e della riflessione sul senso dell'arte medesima. Tra espansioni e contrazioni, il movimento dell'arte si fa esso stesso temporalità dell'essere e suo spazio poietico. È territorio conflittuale, seminato di dissidi e diaspore, dove le opzioni di linguaggio non sono neutrali e inermi scelte ma strategie di alterità conoscitiva del gesto dell'arte che si destina all'ulteriorità del mondo. Se le decisioni dell'espressione hanno la forza di un atto costituente dell'opera allora il linguaggio è legge che si rivela, che regola il gesto indirizzandolo pur anche alla sua negazione. "E invece poni mente: che vi sia una Legge: ciò dovresti salutare quale miracolo ! E che vi sia chi si ribella non è che trita banalità" scrive Arnold Schonberg, con radicale intento fondativo dell'opera come linguaggio nascente. Che vi sia legge significa che l'operare si determina nella sua possibilità.

Avendo cominciamento può prodursi nel suo divenire, nel tempo, proiettandosi oltre il tempo. Una misura dello spazio del visibile la quale è riflessione stessa del gesto artistico intenzionato al proprio oltrepassarsi in altri successivi, ancora controvertibili gesti. E nella radice regolativa dell'opera che si dà astrazione, il rifuggire da ogni legislazione del reale apre alla legge 'necessaria' del poiein, non idealisticamente autonoma ma dialetticamente presente come altro del senso.

E qui che la geometria è la materia ideale del fondamentale svuotamento della rappresentazione. Per Platone allegoria ideale dell'intellegibile. Le forme geometriche pura costruzione intellettuale, non sono immagini di realtà fisiche, sensibili, nella natura hanno solo accidentali mimesi. Dall'origine speculativa della geometria l'arte trae la dimensione anti-rappresentativa, ove l'astrazione è flusso di sondaggio delle forme in quanto risonanti del loro possibile diventare altre forme, altre organizzazioni, dove la legge s'incarna nelle proprie modificazioni, nella medesima sua instabilità. Persino dove la forma si fluidifica o si de-compone e si materializza in luce materica. Del resto già nel cubismo analitico-sintetico la forma rompe la connaturazione rappresentativa, pur nella radice della soglia - cezanniana - che altera il reale nelle profondità di altre visioni. dove le cose spariscono 'nel canto' del colore e del segno.

In un incrocio generazionale - che si espone con Barisani, Spinosa, De Tora, Cajati, Di Ruggiero, Longobardo, Risi, Lanzione, Terlizzi, lperartista, Figliolini, Frattini e Manzi - si attraversano le differenze dei linguaggi 'astratti' nella prismatica indeterminatezza della contemporaneità. Estraneo a ordinamenti stilistici, tessuto in risonanze e renovatio della ricerca storica, si delinea il filo rosso della tensione tra espressione e costruzione, in accenti ora informali ora strutturali. Nella astrazione flessibile, non canonica, che informa le opere degli artisti in mostra, non emerge una precostituita separazione tra luce, materia di colore e forme/spazi di geometria. Le polarità, pur originariamente presenti, si destabilizzano incrociandosi nel percorso di ricerca di ogni singolarità e concretamente nel corpo delle stesse opere. L'opposizione tra forme e segno, tra spazio e tempo, tra pensiero e materia interagisce nel corpo dell'opera. Dove il colore arde di energia, di luce e segno, si manifesta in spazialità aperte, mutanti ma strutturanti, quando le forme si ritagliano nelle figure geometriche si spezzano e si dilatano, come a cercare immagini del loro stesso dubitare. La pluralità dell'operare manifesta, nelle diramazioni di "pensiero visivo", percorsi che si avvicinano e si allontanano, in un teso gioco di armonie, conflitti e dialoghi, dove astratto è anche lo sguardo che interroga se stesso. In quanto interrogato dall'alterità delle opere, in un circolo di opposizioni e consonanze, l'ambivalenza di linguaggio, che percorre il corpo esposto delle opere, è sospesa in risonanze di canto e legge, tra luce e misura, fino a ironie comportamentali.

Nessun ideale rigore, nessuna indiscutibile certezza abita i territori dell'astrazione come interrogazione dell'arte, né nei versanti delle forme né in quelli del gesto, fin dalle origini 'riflessive', tra Kandiskij, Malevic e Mondrian, sino all'espressionismo astratto americano e all'informale europeo. Incrociati l'uno all'altro - la materia, il segno e la forma - sono la trama-matrice dei linguaggi dell'arte. Ogni opera è astratta, in questo senso. Eccede il mondo e "fa mondo". Si arrischia in singolari quanto cruciali esperienze del pensiero che agisce come segno, "immagine del segno", come fenomenologia persistente del manifestarsi del visibile, altra da un'accezione storicistica ed evolutiva. Nelle differenze di visione, si aprono varchi verso il senso possibile più che delinearsi schemi concilianti di codici regolativi o l'abbandono alle retoriche consolatorie dell'emozione. Tra moti lirici e trame analitiche, in concettuali spostamenti dissimulativi, in un dialogo contrastante delle opere, in oblique rivelazioni dell'origine medesima della pittura "senza immagini", il pensiero visivo lavora su se stesso.

 
Franco Lista
TESTO DI FRANCO LISTA SUL CATALOGO DELLA MOSTRA COLLETTIVA ''LE CARTE DELL'ARTE'' SVOLTASI PRESSO LA BIBLIOTECA COMUNALE DI CAIAZZO (CASERTA) DAL 10 AL 23 MAGGIO 2008

ASTRATTISMO COME PURIFICAZIONE

 

Nella sua più immediata fenomenologia, il rapporto che lega i sei artisti in mostra appare quasi una correlazione diretta del pensiero di Clement Greenberg, quando questi sostiene che l'astrattismo è l'ineluttabile risultato processuale del fare arte. Ovvero, l'arte, allontanandosi progressivamente dalle allucinazioni del realismo, subisce una sorta di "purificazione" che la porta al pieno dominio del campo pittorico. Il suggestivo saggio di Greenberg, contenuto nel recente libro "Alle origini dell'opera d'arte contemporanea", curato da Di Giacomo e Zambianchi, ci rinvia a quell'unico contenuto astrattivamente sensibile, puro e originario, della pittura. La ricerca di questo contenuto mi sembra, in buona sostanza, il filo ermeneutico che lega il lungo lavoro dei nostri artisti, assicurandone sia la profondità dei linguaggi, variamente orientati, sia quella particolare aura emozionale, evocatrice del mistero della pittura, che sempre accompagna l'arte astratta. Lo sguardo di insieme, appena delineato, potrebbe contribuire a un ulteriore approfondimento del vasto repertorio di forme d'espressione astratta, nell'area napoletana, indipendentemente dai modi rappresentativi e dalle declinazioni individuali dei singoli artisti. Intanto, occorre dire, si è già formata in proposito una cospicua letteratura storico-critica che coglie, attraverso un non semplice lavoro di sistematizzazione, i tratti storici e qualitativi della ricerca napoletana. Antonio Auriemma, Renato Barisani, Gianni De Tora, Carmine Di Ruggiero, Giovanni Ferrenti e Enea Mancino sono tra i principali protagonisti di questa annosa ricerca che intreccia varie vicende; vanno visti, soprattutto in relazione al loro contesto storico e ambientale, come autentici battistrada di una ricerca che ha effettivamente portato le arti visive napoletane ad una condizione di necessaria e rinnovata "purificazione". "Le vicende dell'arte astratta a Napoli, scrive con efficace penetrazione critica Carlo Roberto Sciascia, si susseguono con logica continuità ... soprattutto causata dalla vivacità e dalla varietà delle sedimentazioni e dei collegamenti culturali, rinnovatisi di generazione in generazione, negli ultimi decenni del Novecento". I nostri artisti sono quelli che rifuggirono dalla facile accessibilità del figurativismo, svolgendo un ruolo, pur con paradigmi diversi, assolutamente pionieristico ed esemplare. Ricusarono senza alcun indugio quella generale condizione di "imagomania" che sempre di più si andava affermando e rispetto alla quale Roland Barthes notava la nostra totale dipendenza, così forte da anteporla agli "ideali dell'etica o della religione". Certo, al di fuori delle categorie canoniche, non è difficile percepire il rigore, la sensibilità, la forte passione contro la spregiudicata mercificazione delle immagini del nostro tempo. Sono questi aspetti e valori che riverberano soprattutto nelle opere in mostra, dando conto della forte incidenza etica della lunga e straordinaria stagione dell'astrattismo nella nostra recente storia artistica.

DAL TESTO DI FRANCO LISTA PRESENTE SUL CATALOGO DELLA MOSTRA ''TRACCE SEGNICHE'' DEL 2009 PRESSO IL CASTEL DELL'OVO DI NAPOLI DAL 20 GENNAIO AL 20 FEBBRAIO 2009 CON GLI ARTISTI ANTONIO AURIEMMA- GIANNI DE TORA- CARMINE DI RUGGIERO- GIOVANNI FERRENTI

Aniconiche interazioni

 

[…...]Alla lenta assimilazione, in Italia, della cultura artistica europea delle avanguardie storiche e di quelle più recenti del dopoguerra, faceva riscontro a Napoli una situazione di analogo antagonismo, dove una figura importante, sia come critico d'arte che come pittore, quale è stato Paolo Ricci, non lesinava giudizi critici negativi, se non vere e proprie stroncature, nei confronti, ad esempio di un Barisani. Insomma, la convivenza era difficile e aggravata da un ambiente culturale attardato sulla importante pittura dell'Ottocento e da poco in contatto con la pittura tardo impressionista.

In questo contesto prende avvio la formazione dei nostri artisti, impegnati nella presente rassegna. Antonio Auriemma, Gianni De Tora, Carmine Di Ruggiero e Giovanni Ferrenti, come altri artisti napoletani, in sede formativa, subiscono la forte eredità culturale ma credo che benjaminianamente siano riusciti a "strappare la tradizione dal conformismo che è (sempre) in procinto di sopraffarla". In breve, i nostri artisti non hanno mai rinunciato alla difficile relazione con il contraddittorio ambiente culturale napoletano, partendo come tutti da premesse figurative che tuttavia già contenevano un perspicace dissenso riguardo ai conformistici e generalizzati modi pittorici e plastici locali.

Se riguardiamo queste prime opere notiamo un distacco dalla convenzionale figuratività che contrassegnava l'ambiente, anche quello accademico, di quei tempi, a vantaggio di una visione meno ristretta, aperta ai nuovi linguaggi, alle nuove ricerche. Di qui il crescente impegno per la contemporaneità, laddove questa sottraeva all' arte la sua tradizionale condizione di reclusione in un ambito socio-culturale tanto ristretto, quanto appesantito da vincoli generazionali e dall'arresto su posizioni solo favorevoli al mercato dell'arte. Ecco, dunque, una molteplicità di esperienze pittoriche, plastiche, polimateriche. Basti pensare, per citare un solo artista, ai piccoli supporti trasparenti, i "cromo- grammi" di Giovanni Ferrenti, con i quali l'artista proiettava su grandi pareti i risultati della sua straordinaria e coinvolgente ricerca sulla epistemologia della macchia, resa da mescite cromatiche, oscillanti tra dimensione estetica e sollecitazione psicologica. Siamo appena negli anni Cinquanta ed è già vivo e incalzante l'impegno in complesse problematiche che comportavano il riconoscimento dell'aniconico quale visualizzatore dei processi mentali, consci o inconsci che fossero.

Auriemma, De Tora, Di Ruggiero e Ferrenti avanzano nella loro esplorazione, guardano ai significati forti ed esaltanti delle avanguardie storiche; ricercano, dentro ogni possibile intrigo, ogni immaginabile tensione, la capacità generativa delle grandi correnti aniconiche. La serietà del loro lavoro è indiscutibile; è forse il requisito che li accomuna nelle loro pur diverse avventure creative. Tutto è assimilato: idee, influenze e suggestioni sono sintetizzate e ricondotte alle loro diverse personalità con esiti indubbiamente di grande qualità. Colpisce, infine, un ulteriore tratto comune al modo di lavorare che consiste nella capacità di vedere in profondità, di non restare in superficie: una sorta di "vedibilità recondita", una particolare vedibilità che talvolta cancella la "prospettiva" esterna per far assumere a quest'ultima il ruolo di "introspettiva" interna e cioè una visuale non più arcana e inaccessibile per profondità, ma invece una visuale aperta sull'Io.

Ed è proprio questa "vedibilità recondita" che, consentendo il "processo astrattivo", ci fa considerare - per citare l'intensa e ancora validissima riflessione di Carlo Ludovico Ragghianti - "come principio supremo della forma [ ... ] astrarre quel che c'è di essenziale nell'essere [ ... ] per esprimere con la massima chiarezza e purezza l'essenza, l'idea".

giannidetora.org